Il Sansone e Dalila di Rubens alla National Gallery di Londra è un falso?

Il mio talento è tale che nessuna impresa, per quanto vasta di dimensioni, mai supererà il mio coraggio”. Così scriveva di sé il grande Pieter Paul Rubens, conosciuto anche come “Pietro Paolo” visto che in Italia aveva vissuto ben 8 anni e che proprio in Italia riuscì a mettere a fuoco il suo stile e il suo “marchio di fabbrica”.

Beh, sì, proprio di fabbrica si può parlare con Rubens vista l’incredibile organizzazione che impresse alla sua affollatissima bottega. Infatti famoso è il suo metodo di produzione delle opere, quasi una fabbrica appunto, che si appoggiava a una bottega con decine di allievi che il maestro guidava e dirigeva come un direttore d’orchestra. Rubens affascinava il cliente con i suoi discorsi, poi probabilmente realizzava per lui un disegno, poi un bozzetto monocromo e poi uno colorato, il tutto per arrivare alla sua approvazione. A quel punto i bozzetti passavano nel grande atelier al piano terreno della sua nobile abitazione ad Anversa, dove gli allievi riportavano sul supporto scelto, tela o tavola, ingrandendole, le invenzioni del maestro, che si riservava talvolta soltanto l’ultimo ritocco. Con questa organizzazione del lavoro,  infatti, potevano essere realizzati diversi tipi di opera, dal dipinto totalmente autografo a delle repliche con un intervento più o meno esteso del maestro, che andavano  per esempio da quelle da lui completate soltanto in alcune parti essenziali, al dipinto semplicemente ripassato, al quadro di bottega di qualità diversissima, dal dipinto su disegno del maestro alla mera copia.

Ecco, a quanto pare, il famoso dipinto Sansone e Dalila che la National Gallery di Londra ha comprato nel 1980 per 2,5 milioni di sterline non rientra in nessuna di queste categorie, nel senso che non è né un originale, né una copia, né un’opera di bottega. Sarebbe semplicemente un falso, forse addirittura del XX secolo. Sembra averlo stabilito un algoritmo di Intelligenza Artificiale dopo una lunghissima serie di test, arrivando alla conclusione che le probabilità che sia è falso è superiore al 91%! Naturalmente adesso è scontro aperto tra gli storici dell’arte e questo metodo di autenticazione, che si basa su algoritmi addestrati appositamente per catturare i dettagli dello stile e della pennellata degli artisti, poi valutati da una sofisticata “rete neurale convoluzionale”.

A dirla tutta, il Sansone e Dalila non è nuovo a questo tipo di polemiche circa l’assegnazione al maestro fiammingo, tutt’altro. Dalla sua apparizione sul mercato a Parigi nel 1929 ha avuto diverse attribuzioni, e quella definitiva a Rubens fu fatta da Ludwig Burchard, un esperto del maestro fiammingo, negli anni ’50. Ma alla morte dello studioso nel 1960, emersero alcuni documenti poco chiari, secondo i quali Burchard avrebbe autenticato diverse opere a proprio vantaggio economico.

Tuttavia esiste un rapporto piuttosto dettagliato degli studi condotti tra il 1980 e il 1983 da Joyce Plesters, pubblicato sul National Gallery Technical Bulletin, che riporta di una radiografia e di numerosi campioni analizzati dove non si riscontra nessun anacronismo.

Quale è la credibilità dei risultati ottenuti con l’intelligenza artificiale? Non molta. La National Gallery non sembra molto preoccupata delle conclusioni dell’algoritmo e continua ad esporre il dipinto come autografo.

Filippo Melli