La notizia della pioggia che ha bagnato (la teca del) il Bacco di Caravaggio, e che è rimbalzata da un angolo all’altro della terra, ne è un caso emblematico. Il caldo di quest’estate ne è la prova concreta. La crisi climatica è in corso. E il patrimonio culturale europeo non ne è risparmiato ma è sempre più a rischio a causa degli effetti del cambiamento climatico. Alluvioni, temperature estreme, incendi, umidità e inquinamento stanno minacciando opere d’arte che hanno resistito per secoli.
Solo recentemente la maggioranza della popolazione europea si sta finalmente accorgendo delle innumerevoli conseguenze negative. Ma la scienza erano decenni che avvertiva del problema e va ricordato che l’Unione Europea, nell’interesse collettivo, ha finanziato progetti su ambiente e sostenibilità, già 20 anni fa, con un’attenzione all’impatto del clima sul patrimonio, che hanno definito strumenti e protocolli ancora in uso.
A partire dal Green Deal europeo (la strategia nata nel 2019 per rendere l’Europa climaticamente neutra entro il 2050) ha poi ampliato il focus e i finanziamenti, dedicando call specifiche al legame tra patrimonio e clima.
Con l’ultimo programma di finanziamento l’UE ha anche lanciato la Missione “Adaptation to Climate Change”, che include azioni specifiche per il patrimonio culturale. Tra le iniziative più rilevanti vi è HORIZON-MISS-2023-CLIMA-01, intitolato “Climate-resilient cultural heritage”, il cui obiettivo è sviluppare soluzioni innovative per proteggere siti e opere d’arte da eventi estremi come alluvioni, incendi e tempeste. In questo contesto, progetti come “RESILIENCE” (2023–2026) hanno testato sistemi di allerta precoce per musei e siti archeologici, introducendo tecnologie che permettono di intervenire tempestivamente in caso di rischio.
Un altro esempio significativo è HORIZON-MISS-2026-01-CLIMA-05, “Demonstrating solutions to protect and preserve cultural heritage from the impacts of climate change”, che punta a dimostrare l’efficacia di soluzioni concrete per la salvaguardia del patrimonio. A queste si affiancano nuove call che finanziano lo sviluppo di tecnologie di monitoraggio avanzate, come droni e sensori IoT, per il controllo costante di siti a rischio. Inoltre, si stanno sperimentando materiali “climate-proof” per restauri e conservazione, tra cui vernici anti-inquinamento, intonaci in grado di respingere l’umidità e vetri che filtrano i raggi UV dannosi. Non mancano poi piani di adattamento su misura per città e regioni che ospitano patrimonio UNESCO, al fine di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.
Unione Europea insomma si sta dando da fare. Del resto il 20% dei siti UNESCO in Europa potrebbe essere gravemente danneggiato da eventi climatici estremi entro il 2050.
A dirlo è il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), ovvero il più autorevole forum scientifico su questo tema, fondato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite: l’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP).
La scienza è compatta sull’individuare la cause, le strategie di mitigazione e resilienza. I metodi ci sono. Quello che sembra ancora mancare è la volontà di prenderne atto e comportarsi (tutti) di conseguenza.




