Leonardo e il magico mondo delle aste

La rinnovata querelle sull’attribuzione del Salvator Mundi  fa riflettere su come sia diventato importante non tanto scegliere quale dipinto acquistare ma quale attribuzione.

Più volte si è visto come l’acquisto di alcune opere sia stato successivamente ricusato, disputandone l’attribuzione. Il dipinto non cambia ma l’attribuzione sì, e questo fa tutta la differenza.

Un percorso tipico è quello delle attribuzioni cosiddette dormienti ovvero opere  inizialmente proposte in aste generaliste, che dopo pochi anni acquistano credito e rientrano tra gli oggetti di interesse di circuiti più rilevanti, con nuove attribuzioni più prestigiose. Ma la giostra spesso non è finita lì. Perché l’attribuzione prestigiosa viene poi contestata e messa in discussione. E di nuovo il valore cambia.

A rigore di logica si dovrebbe pensare che più è importante il nome proposto, tanto più il controllo dovrebbe essere approfondito, e quindi l’attribuzione certa e definitiva.

Essendo la vendita all’asta regolata da un vero e proprio contratto di vendita si potrebbe immaginare che tra i documenti a disposizione dell’acquirente vi debbano essere anche campagne diagnostiche, che non si fermino al mero scatto fotografico o utilizzo di strumentazione approssimativa per il riconoscimento della materia.

Ma in realtà questi casi sono ancora rari.

Nel magico mondo delle aste, diversamente da come avviene in altri campi quando le transazioni sono anche di valore inferiore, non è consentito ad esempio all’acquirente di poter nominare consulenti di parte che controllino i documenti esibiti.

In definitiva comprare un dipinto e quindi comprando la sua attribuzione, spesso è incauto acquisto.

Certo è che il nostro Salvator Mundi è stato in principio un “Boltraffio” per essere poi proposto come un “Leonardo”, con le note vicende conservative e diagnostiche. E solo oggi la querelle si concentra anche sull’efficacia delle analisi utilizzate e se tutte le possibilità attributive siano state vagliate.

A questo punto ci chiediamo se anche il Salvator Mundi da poco ritrovato, di proprietà’ del Museo di San Domenico Maggiore a Napoli, sia stato studiato sotto questa ottica. Sappiamo che durante il prestito per la mostra “Leonardo a Roma” del 2019, ha subito uno studio diagnostico ed un restauro. Ma anche in questo caso l’attribuzione è ancora incerta. Girolamo Alibrandi  o l’amato Caprotti? Naturalmente non è un’opera di Leonardo da teatrale battuta d’asta, ma meriterebbe approfondimenti, anche per meglio chiarire la genesi delle copie di questo soggetto da parte della cerchia leonardesca. E per capire come scientificamente sia possibile distingure un Alibrandi da un Leonardo. E fermare la giostra.

 

(Emanuela Massa)
(Emanuela Massa)