Supponiamo che abbiate visto un dipinto notevole, che vi interessa e che ha un prezzo di base d’asta interessante. Il catalogo lo dà per opera antica, del periodo “giusto”.
Siete pronti ad offrire, ma vi viene un dubbio, cosa succede se poi è una copia più tarda?

Non è una preoccupazione infondata. E nel mercato dell’arte, non è un aspetto insignificante. La differenza tra un’opera autentica di un grande maestro e una copia, anche di ottima qualità, può significare passare da un valore di milioni di euro a poche decine di migliaia.
Eppure, le case d’asta non sono obbligate per legge a sottoporre le opere a indagini scientifiche prima di metterle in vendita con una certa paternità. L’oggetto viene proposto al pubblico così com’è, con le informazioni disponibili, ma senza garanzie assolute sull’autenticità.
Ad esempio per Farsettiarte (Italia), nelle condizioni di vendita si legge: “The buyer is responsible for satisfying himself as to the condition of the lot and the matters relating to its description, including but not limited to its authorship, attribution, genuineness, origin, date, age, provenance and condition.”
Quindi, nonostante nel catalogo siano proposte attribuzione, l’acquirente è tenuto a verificare personalmente lo stato e tutte le caratteristiche del lotto (autenticità, attribuzione, provenienza, datazione, ecc.).
Questo significa che, se un dipinto non ha analisi diagnostiche a supporto, la casa d’asta può comunque attribuirlo a un artista sulla base di pareri storici, stilistici o di esperti, senza dover dimostrare scientificamente la paternità. L’acquirente, quindi, si trova a dover fidarsi della reputazione della casa d’asta, dei cataloghi raisonnés (quando esistono e sono validi) e, in alcuni casi, delle perizie di studiosi di riferimenti, che però cambiano e a volte cambiano anche parere.
Tuttavia, in alcuni casi, le case d’asta decidono di includere nel catalogo i risultati di analisi diagnostiche (radiografie, riflettografie infrarosse, analisi pigmentarie, datazioni al carbonio-14, ecc.). Se, ad esempio, una radiografia rivela un disegno preparatorio compatibile con la tecnica di un certo pittore, o se l’analisi dei pigmenti conferma l’uso di materiali tipici di un periodo e di un artista, queste informazioni vengono spesso evidenziate per aumentare la credibilità e il valore dell’opera.
Al contrario, se le indagini non confermano l’attribuzione o addirittura la smentiscono, è prassi comune omettere questi dati dal catalogo. In questo modo, la casa d’asta evita di minare la fiducia dei potenziali acquirenti e mantiene intatta la narrazione commerciale intorno al dipinto.
Ad esempio nel “Ritratto di un uomo” attribuito a Rembrandt (2020, Sotheby’s), prezzo di vendita: 11,5 milioni di euro. Sotheby’s ha presentato il dipinto come opera di Rembrandt, supportando l’attribuzione con analisi ai raggi X e studio dei pigmenti, che hanno rilevato tecniche e materiali coerenti con il maestro olandese. Anche in questo caso, le indagini sono state esplicitamente menzionate nel catalogo per rafforzare la credibilità dell’opera. Non mancano casi in cui successive analisi scientifiche hanno ridimensionato attribuzioni inizialmente proposte dal mercato, portando opere presentate come autografe a essere poi riclassificate come ‘bottega’, ‘scuola di’ o ‘attribuito a’.Per i collezionisti, la situazione crea un dilemma: fidarsi delle case d’asta, accettando che l’attribuzione sia basata su pareri soggettivi e sulla reputazione del venditore, o richiedere indipendenti prima dell’acquisto? Per i collezionisti più attenti, la
soluzione è richiedere accesso a tutte le indagini disponibili e, in caso di dubbio, commissionare analisi indipendenti. Art-Test ha una soluzione specifica, con un pacchetto di indagini veloci e accessibili.
Per le case d’asta, invece, la sfida è bilanciare trasparenza e strategia commerciale, in un mercato dove la fiducia è ancora il bene più prezioso.




