Quer pasticciaccio brutto del quadro di Rutilio Manetti rubato

Ott 28, 2025 | Autenticazioni ed attribuzioni, Mostre, professionisti della cultura

E’ stato Sgarbi?

La notizia che in questi giorni è rimbalzata su tutti i giornali e le televisioni del mondo è quella del clamoroso furto dei gioielli in pieno giorno al museo più visitato del mondo, il Louvre. La storia dei furti di opere d’arte è lunga quasi quanto quella della stori dell’uomo, e gli esempi e le vicende sono innumerevoli. Non a caso tutti i giornali, riportando la notizia del Louvre, subito hanno richiamato alla memoria un altro clamoroso furto in quel museo, quello della Gioconda del 1911.

Ma se i furti nei musei ancora fanno notizia e riempiono i titoli, per quelli fatti presso i privati o nelle chiese spesso la notizia non supera lo stretto livello locale.

Con le debite eccezioni. Come quando è arrivata al grande pubblico la vicenda che ruota attorno a un grande quadro del pittore seicentesco senese Rutilio Manetti raffigurante La cattura di San Pietro. Il Manetti opera a cavallo tra cinquecento e il seicento e da un iniziale tardo manierismo arriverà ad una pittura barocca arricchita di accenti caravaggeschi, che lo rendono particolarmente intrigante.

L’opera al centro dell’intricata questio era nel disabitato Castello di Buriasco in Piemonte, vicino Pinerolo, fino al 2013 quando una notte fu rubata (tra l’altro, il castello di proprietà della signora Margherita Buzio è attualmente in vendita). Valore: alcune centinaia di migliaia di euro

Nel ormai lontano 8 dicembre 2021 il sottosegretario alla Cultura nonché famoso storico dell’arte e altrettanto famoso collezionista Vittorio Sgarbi inaugurò a Lucca una mostra sui caravaggeschi lucchesi, e tra le molte opere esposte spuntò fuori un inedito, un grande quadro di Rutilio Manetti indicato come proveniente dalla sua collezione privata dal titolo La cattura di San Pietro e dalle inequivocabili somiglianze con quello rubato 8 anni prima. L’unica differenza visibile e apprezzabile stava in un dettaglio dello sfondo con una torcia accesa, che nel quadro di Pinerolo non c’era. Il resto identico.

Nella scheda redatta in occasione della mostra da Sgarbi e Marco Ciampolini, storico dell’arte esperto di pittura senese del Seicento, c’era scritto che il quadro proveniva da una villa Maidalchina vicino Viterbo, un tempo di proprietà di Olimpia Pamphilij che nel frattempo era stata acquistata proprio da Sgarbi, e che lì avrebbe fortuitamente ritrovato l’inedito. Da questa avventurosa ricostruzione è partita l’indagine prima giornalistica e poi giudiziale.

Secondo le indagini svolte, Sgarbi sarebbe stato più volte al castello di Buriasco, come testimoniato dalla proprietaria Margherita Buzio, e anche un suo collaboratore, Paolo Bocedie presidente dell’associazione antiracket Sos Italia, si era recato al Castello, proponendo a un certo punto di comprare il dipinto ma ricevendo un rifiuto. Poche settimane dopo l’incontro con Bocedi, la signora Buzio si accorse del furto del dipinto: i ladri avevano tagliato malamente la tela dalla cornice con un taglierino e l’avevano sostituita con un telo di plastica sul quale era stato riprodotto fotograficamente il quadro, attaccandolo maldestramente con una spillatrice. La vittima denunciò prontamente il furto ma la procura di Pinerolo archiviò il fascicolo. Il dipinto venne però inserito nel database delle opere d’arte rubate. Niente successe fino alla mostra di Lucca, quando riapparve una tela molto simile: nonostante il dettaglio della torcia.

Proprio questo particolare veniva messo in particolare importanza nella scheda del catalogo di Lucca: “Una torcia, di ricordo honthorstiano, illumina un ambiente alla sinistra di Erode, creando una simmetria con lo sfondo scenografico della strada sulla destra. C’è un’evidente matrice caravaggesca, che il pittore unisce a un perseguito gusto teatrale, nell’impaginazione generale, come nei singoli personaggi, allungati innaturalmente per enfatizzare il loro modo di agire ‘a passo di danza’”. Tale sottolineatura non è forse così casuale, visto che è proprio in virtù di questa torcia che Sgarbi sostiene che il suo dipinto non sia quello rubato a Pinerolo.

Ma a ribaltare il tavolo è una testimonianza eclatante, quella del restauratore Gianfranco Mingardi, a lungo collaboratore di Sgarbi, il quale racconta che nell’estate del 2013 gli venne consegnato dallo stesso Bocedi una tela, priva di telaio, arrotolata, e indicata da Sgarbi come proveniente da Villa Maidalchina. Mingardi dice addirittura che avrebbe richiesto a Sgarbi un’attestazione che certificasse la sua proprietà del dipinto viste le strane condizioni della tela, ritagliata malamente, che però non avrebbe mai ricevuto. Comunque Mingardi lavorò sulla tela ricevuta e restituì l’opera nel dicembre del 2018. E ora afferma di essere sicuro che quella tela è la stessa andata in mostra a Lucca tre anni dopo salvo che per il dettaglio della torcia, che non c’era nel quadro su cui aveva lavorato.

La torcia naturalmente è assente anche nella scheda del database delle opere rubate, che riporta misure diverse, e cioè 247 per 220 centimetri, contro i 233 per 204 della tela esposta a Lucca. Ma questa differenza si spiega assai facilmente col fatto che la tela rubata nel castello fu tagliata via in fretta dal telaio, lasciando molti frammenti attaccati. E anche il restaurato Mingardi afferma che “Quando l’ho srotolata per velinarla, mancava addirittura un pezzo; solo una volta disteso mi sono accorto che era stato attaccato sul retro con lo scotch”.

Un ulteriore tassello della vicenda è stato rintracciato intervistando l’ex proprietario di Villa Maidalchina, il signor Luigi Achilli, che ha smentito Sgarbi dicendo che nella villa acquistata dalla madre di Sgarbi nel 2000, non c’era nessuna opera d’arte visto che la villa era in completo stato d’abbandono. Naturalmente queste affermazioni sono smentite da Vittorio Sgarbi, che afferma addirittura di aver ritrovato l’opera in una soffitta (da notare che Achilli dice che nella villa non c’erano soffitte) quando aveva fatto fare dei lavori di rifacimento del sottotetto. Peraltro, nell’inventario dei beni di Andrea Maidalchini, proprietario della Villa, redatto nel 1649, piuttosto dettagliato nel citare diversi dipinti della collezione, non risulta alcun Manetti.

Con l’inizio del 2024 la vicenda per Sgarbi si infittisce: le autorità competenti (la Procura di Macerata) hanno aperto un’indagine nei confronti del sottosegretario per reati quali riciclaggio di beni culturali, autoriciclaggio e contraffazione di opere d’arte. Il 12 gennaio 2024 è stato disposto il sequestro probatorio dell’opera di proprietà di Sgarbi e nell’ottobre 2024 l’inchiesta è stata chiusa a livello di indagini preliminari: ciò significa che la Procura ha concluso le indagini e ha notificato a Sgarbi l’avviso di conclusione delle indagini. In tale atto si afferma che secondo la Procura il quadro “fu rubato e taroccato”.

Il sottosegretario Sgarbi ha risposto con querele, sostenendo che la sua opera è quella originale è quella rubata una copia.

Mentre si legge dei primi due arresti per il furto al Louvre, ad oggi non c’è una sentenza definitiva per il caso Sgarbi: l’indagine è chiusa, ma non è noto che sia già iniziato un processo o che ci sia stata una condanna. Certo è che Vittorio Sgarbi rischia una condanna fino a 12 anni di carcere in base alle accuse che gli vengono contestate. Il quadro è ancora sotto sequestro e sono in corso accertamenti tecnici come le perizie sulle dimensioni, tela, pigmenti, sovrapposizioni con i frammenti del quadro rubato. Una parte di queste analisi hanno già dato come certa la corrispondenze fra la tela di Sgarbi e i frammenti rimasti nel telaio del dipinto rubato. Le analisi tecniche ancora una volta possono essere l’elemento risolutorio anche in una vicenda come questa.

Filippo-Melli
Filippo Melli