Si vorrebbe un Raffaello

Mar 21, 2021 | Restauro

A 500 anni dalla morte di Raffaello, e in concomitanza con le celebrazioni,  è in atto un progetto  molto importante: «Studio, restauro e valorizzazione del Putto reggifestone dell’Accademia Nazionale di San Luca» (qui sotto). L’assunto è che il putto possa essere di mano dell’urbinate. Il restauro ha preso avvio il 7 gennaio, e vede come sponsor Mecenati Galleria Borghese-Roman Heritage Onlus.

Il progetto coinvolge un’equipe interdisciplinare con esperti per lo studio e le ricerche storico artistiche, per il restauro e per le indagini diagnostiche.

Una storia ricca di fascino e mistero, ma che parte con non pochi dubbi. Un’operazione complessa, ma che senza dubbio porterà a delle risposte.

Lo stacco appartenne alla collezione  dell’artista neoclassico Jean-Baptiste Wicar. Documentato per la prima volta nel 1829, entrò a far parte della collezione dell’Accademia di San Luca nel 1834 per lascito del pittore e collezionista francese. Proviene, con ogni probabilità da Bologna, come racconta Quatremère de Quincy nel 1829. Prima di questo momento non vi è però alcuna traccia del putto.

Nel restauro del 1959 dell’Isaia di S.Agostino, Pico Cellini, trovò una relazione con un passo delle Vite del Vasari: il putto sarebbe quel che rimane della prima versione dell’affresco raffigurante Isaia realizzato per la Chiesa di Sant’ Agostino (in copertina). Raffaello infatti dopo aver visto, in compagnia di Bramante, la Cappella Sistina, decise di rifare ex novo la raffigurazione del profeta, con due putti vivi e dal colore rosaceo.

I pareri sono discordanti, infatti nello stesso anno lo storico dell’arte Luigi Salerno ventilò l’ipotesi che il putto potesse invece essere una copia dipinta dello stesso Wicar.

Il primo a documentare lo stacco fu Pungileoni, il quale però ne descrive una provenienza errata. Secondo quanto scriveva, il putto in questione, a quel tempo nella collezione di Jean Baptiste Wicar, proveniva da un caminetto già esistente nell’appartamento di Innocenzo VIII in Vaticano.

L’affresco rappresentava due putti che reggevano lo stemma di Giulio II e che, quando vennero eseguiti i lavori di ampliamento del Museo Vaticano, sarebbero stati staccati e alienati: uno sarebbe pervenuto nelle mani del Wicar, l’altro invece inviato in Inghilterra. Ma i putti reggistemma di Giulio II esistono ancora e sono sono conservati in Vaticano.

Le ipotesi plausibili non possono essere che queste: un originale eseguito da Raffaello con lo stesso cartone usato per il putto in S. Agostino, oppure una copia più tarda o un falso.

Le risposte le sapremo a conclusione dei lavori, che partono con le competenze giuste, ma, a mio avviso, con poche speranze.

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