Un intervento inglese su un dipinto del Quattrocento fiorentino genera nuovamente scandalo
Come negli ultimi decenni del secolo scorso, con la Cleaning Controversty, la National Gallery sembra tornare al centro di aspre critiche per il modo di condurre interventi di conservazione e restauro delle opere della loro collezione.
Ne avevamo giĆ scritto qui: I restauratori della National Gallery di Londra sono per caso impazziti… di nuovo? – Art-Test
Questa volta ad essere oggetto di discussione tra esperti e semplici appassionati ĆØ il restauro della Madonna e Bambino con Melagrana attribuita alla bottega di Botticelli della National Gallery di Londra.
Il tema del video di presentazione del restauro ĆØ āCome ricostruire le aree dove la doratura in un dipinto del Quattrocento ĆØ andata perduta?”
Ma in molti si chiedono se non dovesse essere āPerchĆØ ricostruire le aree dove la doratura in un dipinto del Quattrocento ĆØ andata perduta?ā
Come nel caso della rimozione aree di ripidinture storicizzate, anche intervenire per ripristinare le dorature ĆØ indice di una direzione molto precisa che si sta osservando nella policy del restauro, soprattutto nel Nord Europa.
Nel caso specifico del dipinto della bottega del maestro fiorentino, si sono utilizzate le immagini in fluorescenza UV per identificare le aree dove rimanevano tracce dellāadesivo utilizzato dallāartista per le aree dove era prevista la foglia dāoro, che con il passare dei secoli si ĆØ deteriorata ed ĆØ caduta.

Le immagini UV hanno quindi fatto da guida per una nuova doratura, eseguita con nuovi adesivi e una nuova foglia dāoro per restituire unāimmagine quanto più simile a quella immaginata dal pittore.








Una metodologia impensabile fino a qualche anno fa.
“Restaurare significa conservare. Si restaura tutto ciò che non ĆØ stato conservato e protetto“. Con questa affermazione, alla fine del 20° sec., G. Urbani, allora direttore dell’Istituto centrale del restauro (ICR), lasciava intendere che i migliori restauri fossero quelli mai eseguiti ed esprimeva l’auspicio che ci si concentrasse sulla conservazione programmata, in modo da non essere costretti a ricorrere, presto o tardi, al restauro, termine, in questo caso, usato volutamente nella sua accezione deteriore. Quello che sottintende la locuzione āsubire un restauroā
La questione solleva un interrogativo cruciale: il restauro deve limitarsi a conservare lāopera cosƬ comāĆØ arrivata fino a noi, oppure può spingersi a āricostruireā ciò che ĆØ andato perduto? Per lungo tempo ha prevalso una linea prudente, legata allāidea di tutela dellāautenticitĆ materiale e contraria a interventi creativi, sulla scia delle riflessioni teoriche del Novecento. Questa impostazione mirava a evitare qualsiasi rischio di falsificazione, anche a costo di lasciare lacune visibili.
Negli ultimi anni, però, si sta affermando un orientamento diverso, che attribuisce maggiore importanza alla leggibilitĆ dellāimmagine e allāesperienza visiva del pubblico. In questa prospettiva, un certo grado di reintegrazione può essere considerato accettabile, purchĆ© fondato su dati tecnici e analitici.
Il caso della National Gallery mostra chiaramente i limiti e i rischi di questo cambiamento.
Se da un lato le nuove tecnologie permettono interventi più informati, dallāaltro aumentano anche la tentazione di āmigliorareā le opere, spostando lāequilibrio verso esigenze estetiche. Il confine tra interpretazione e ricostruzione arbitraria resta però molto sottile e facilmente superabile.
La posizione più cauta, come quella sostenuta da Urbani, nasceva anche da un limite oggettivo: la conoscenza dei materiali e dei processi di degrado era (e in parte resta) incompleta. E per questo, sosteneva che fosse meglio intervenire il meno possibile e intervenire soprattutto con quelle azioni che rallentano il deterioramento naturale delle opere.
Oggi le tecnologie sono migliorate, ma questo non elimina il problema. Anzi, proprio perchĆ© si dispone di strumenti più sofisticati, cresce la tentazione di usarli per āmigliorareā lāaspetto delle opere. Il rischio ĆØ che il restauro, da pratica conservativa, torni progressivamente a privilegiare lāimmagine rispetto alla materia, riaprendo ā sotto nuove forme ā questioni che si credevano ormai superate.
In realtĆ ci potrebbe essere una sintesi delle due tendenze che non comporti alcun rischio per lāopera e tuttavia consenta una migliore leggibilitĆ . Si tratterebbe di utilizzare le immagini diagnostiche per ottenere non una ricostruzione fisica, ma una ricostruzione virtuale. Questo potrebbe avere numerosi vantaggi, tra cui anche far conoscere meglio le potenzialitĆ e i risultati del meraviglioso mondo delle indagini diagnostiche.




