Tomba di Maria Caterina Savelli

Dic 17, 2023 | Autenticazioni ed attribuzioni, Falsi

Nel 1922, il Museum of Fine Arts di Boston investì 100.000 dollari per acquisire la tomba in marmo di Maria Caterina Savelli, una donna italiana benestante. La tomba era ritenuta così affascinante che il museo la collocò proprio all’ingresso dell’edificio.

Nonostante il monumento recasse la data 1430, e Mino da Fiesole fosse nato nel 1429, si credeva fosse stata scolpita da questo famoso artista fiorentino, attivo tra Firenze e Roma, dove tra le altre pregevoli cose, lasciò un monumento funebre a Francesco Tornabuoni.

Mino da Fiesole, monumento funebre a Francesco Tornabuoni, Roma, Basilica di Santa Maria sopra Minerva.

La non autenticità della tomba del Museo di Boston tuttavia passò inosservata fino al 1928, quando un oscuro scultore italiano di nome Alceo Dossena citò il gallerista Alfredo Fasoli per 66.000 dollari. Dossena sostenne che, senza il suo consenso, Fasoli aveva venduto come autentiche la tomba e altre opere da lui realizzate.

Dossena fu infatti autore di veri e propri capolavori, capaci di ingannare l’occhio dei più esperti che li attribuirono a DonatelloSimone MartiniGiovanni e Nino PisanoAndrea del Verrocchio e ad altri celebri artisti del passato, tanto da venir acquistate dai più grandi musei del mondo. Spesso non si trattava di copie di esemplari noti, ma di modelli originali realizzati secondo i dettami stilistici e le tecniche esecutive dell’antichità classica, del Due-Trecento o del Rinascimento.

Alceo Dossena era nato a Cremona nel 1878 e già a dodici anni iniziò a lavorare nella bottega di un marmista, educandosi a ripetere stili. Agli inizi del secolo, l’incontro con Michelangelo Monti, scultore di Montevarchi, lo indirizzò verso la scultura del Rinascimento. Dopo la fine della prima guerra mondiale, si trasferisce a Roma, dove incontra l’antiquario Alfredo Fasoli che dice lo avviò verso l’attività di falsario. La produzione di falsi di Dossena risale soprattutto al decennio 1918-28 durante il quale gli antiquari, gli commissionarono numerosissime sculture, suggerendogli soggetti e modelli e fornendo, oltre al denaro, i materiali idonei, nuovi locali e l’occorrente per una produzione di decine e decine di pezzi, addirittura di finti spogli di intere cattedrali dirute, che si diceva affiorassero nelle bonifiche agricole del Maremmano.

Quanto iniziò lo scandalo provocato dalla sua denucia, gli antiquari coinvolti tentarono di comprare il silenzio di Dossena, accusandolo di antifascismo. Fu il gerarca cremonese Farinacci a garantire per lui. Il processo, tra il dicembre del ’28 e il gennaio del ’29, si concluse con l’assoluzione per mancanza di prove. Ne conseguì una esaltazione dell’opera di Dossena considerato come un autonomo virtuoso, un Donatello redivivo, e lui stesso autenticò e firmò a posteriori sculture sue; si era affermata infatti l’idea che egli fosse stato vittima degli antiquari. Ma non è detto fosse così, infatti intorno al ’36 Dossena esegui la Diana Cacciatrice che prese la via dell’America, come opera etrusca

Oltre che nella formidabile tecnica, l’abilità di Dossena era nelle patine studiate con grande attenzione. Giuseppe Cellini scrive: «La sua patina non è una sovrapposizione di materiali, come quella che si trova nelle sculture di scavo, ma è una tonalità di colore sottostante all’epidermide, penetrata all’interno per gradi, fissatasi indelebile nei sottosquadri, come appunto si verifica nei marmi medievali e rinascimentali. Non si tratta di un imbratto dato e ritolto al lavoro finito, secondo il metodo usato dagli altri falsari: il suo procedimento geniale era quello di scolpire le composizioni sin quasi a compimento, con piani lisciati dalla gradina, e a quel punto applicare una patina liquida a base di permanganato, acqua di ruggine e terra di quercia essiccata al calore della fiamma a gas. In tal modo si veniva a mascherare l’intera superficie con una crosta nerastra; successivamente, sulla rifinitura, con gli scalpelli piani ed i calcagnoli egli mondava la superficie stessa e, come ad un frutto, scopriva la polpa del marmo, con l’alone interno di patina, come nell’antico».

Per smascherare un simile falsario, come si è visto, è difficile che basti l’occhio del conoscitore