Il volto terrorizzato sotto il “Golia” del Prado un altro autoritratto di Caravaggio?

Gen 21, 2024 | Autenticazioni ed attribuzioni, In rilievo, Mostre, Patrimonio Culturale

Quando si fanno restauri ed indagini su dei capolavori, si scopre sempre qualcosa di intrigante. Le immagini diagnostiche del “Davide e Golia” di Caravaggio ora al Prado, recentemente tornato in esposizione dopo un lungo restauro, sono stati pubblicate e sono spettacolari.

Un dettaglio del “Davide e Golia” della Galleria Borghese a Roma

Il Caravaggio sembra aver incluso costantemente i propri autoritratti nei suoi dipinti: dalle prime opere fino alle ultime, e il gigante biblico Golia sembra sia stato una delle sue “incarnazioni” preferite.

È unanimemente riconosciuto, ad esempio, che il Caravaggio si è rappresentato nella testa di Golia nel dipinto della Galleria Borghese di Roma, ma anche nelle altre due opere con questo soggetto attualmente considerate di sua mano (anche se nell’altra, quella del Kunsthistorisches, non è scontato riconoscere la sua fisionomia, che ci è stata tramandata con il naso camuso e le folte sopracciglia, ad esempio).

In questo dipinto Golia sembra quasi stupito, ma tutto sommato sereno. Ma non nella radiografia dell’opera, dove appare in uno strato nascosto sotto quello visibile, ma pienamente compiuto, con gli occhi fuori dalle orbite e la bocca spalancata, che mostra anche gli incisivi superiori, in un’espressione altamente drammatica.

Questo dettaglio era già conosciuto, infatti il dipinto era stato già sottoposto ad indagini diagnostiche. E proprio queste avevano fatto cambiare idea sull’attribuzione per esempio a Mina Gregori.

Infatti, prima delle indagini in realtà c’erano stati dubbi piuttosto diffusi sulla autografia. Non c’erano notizie sulla sua provenienza e sul suo arrivo in Spagna.

L’autenticità come Caravaggio fu difesa per la prima volta tra gli storici del secolo scorso da Venturi nel 1927 e confermata da Longhi nel 1951, anche se non mancarono respingimenti o almeno dubbi anche più tardi, come quelli di Richard Spear nel 1971 e di Mina Gregori nel 1985, pronunciatisi in occasione di mostre importanti.

Ma lo studio radiografico fu decisivo, come scrisse Mina Gregori nel 1991: “La prima versione sottostante conferma in modo irrefutabile l’autografia dell’opera attraverso l’espressione di orrore, corrispondente, come nel Giuditta e Oloferne e nella Medusa, alla reazione psicofisica prodotta nel momento stesso della morte“.

Un dettaglio importante anche per stabilire la relazione con il resto della produzione dell’artista e la datazione della sua produzione.

Un dettaglio della Medusa di Caravaggio oggi agli Uffizi, a Firenze

Il dipinto ha riacquisito profondità grazie al restauro e alla rimozione senza indugi di strati di vernice ossidata che impedivano la lettura della pittura originale, e anche di antichi restauri, che, come spesso succedeva, coprivano anche parte della pittura originale. Anche in questa fase sono state fondamentali le analisi,  e l’opera è tornata a mostrarsi molto simile a come l’aveva realizzata Caravaggio: un capolavoro di inventiva e di tecnica.

(Per l’autoritratto del pittore nella brocca del Bacco degli Uffizi, scoperta da Art-Test, puoi leggere qui: Caravaggio superstar degli Uffizi (anche grazie ad Art-Test) – Art-Test)

Anna Pelagotti
Anna Pelagotti