Figliol di Troia

Gen 20, 2022 | Autenticazioni ed attribuzioni, In rilievo, Scoperte

La maschera di Agamennone sarebbe un falso, anzi, una burla

Il 6 gennaio appena passato ricorrevano i 200 anni dalla nascita di Heinrich Schliemann, uno dei personaggi più controversi ma anche più affascinanti della storia dell’archeologia moderna. Ebbene, proprio in questi giorni, è stata rilanciata da un importante archeologo italiano, il prof. Lorenzo Nigro de “La Sapienza” di Roma, un’ipotesi che mina ancora una volta la credibilità di questo personaggio: la famosissima maschera d’oro di Agamennone sarebbe un clamoroso falso.

Sono molti anni che quest’ipotesi rimbalza negli ambienti accademici, e sono stati soprattutto gli studiosi William M. Calder III e David Traill a mettere a fuoco i tanti elementi che inducono al dubbio su questo famoso manufatto d’oro.

Ma andiamo con ordine. Chi era Schliemann? Heinrich Schliemann nasce in Neubukow, sul Mar Baltico quasi ai confini con la Danimarca, nel 1822. Come racconta nella sua autobiografia, a sette anni grazie a un libro ricevuto in dono, avrebbe avuto la rivelazione: sarebbe stato lui a ritrovare i resti di Troia, la città cantata da Omero.

Ma la sua gioventù non fu facile, visti i pochi mezzi economici della famiglia. Lasciò presto gli studi e cominciò una girandola di occupazioni e avventure: a 18 anni si imbarcò come mozzo su una nave per il Venezuela che naufragò sulle coste dei Paesi Bassi. Ad Amsterdam fu rappresentante di commercio e cominciò da autodidatta a imparare le lingue, all’inizio l’inglese, il francese, l’italiano e il russo, e successivamente molte altre, fino a una ventina!

Aprì una banca in California trafficando con i cercatori d’oro, ma in seguito a vicende poco chiare tornò in Europa, e in Russia sposò la figlia di un facoltoso avvocato. La sua fortuna si accrebbe enormemente grazie alla Guerra di Crimea in quanto appaltatore dell’esercito zarista.

A 36 anni era finalmente così ricco da poter finalmente dedicarsi al suo desiderio di bambino.

Divorziatosi dalla moglie russa, nel ‘69 si trasferì ad Atene risposandosi con la bella greca Sophia, di 30 anni più giovane, e cominciò la sua avventura come archeologo d’assalto. Andò in Turchia a scavare su una collina nei pressi di Hissarlik e nel 1873 riuscì a realizzare il suo sogno, scoprire Troia. O meglio, ne aveva scoperte nove di Troia, una sull’altra: in fondo all’ultimo strato (che lui riteneva quello omerico, che invece era il II strato, da lui selvaggiamente devastato per arrivare in fondo) rinvenne migliaia di oggetti d’oro, per la precisione più di 8.700, che chiamò il Tesoro di Priamo, che portò di nascosto in Grecia (pagando poi una multa-indennità alla Turchia di 50.000 franchi) e poi in Germania, dove nel 1945 sarà confiscato dai sovietici e mai più restituito.

Dopo questa avventura, Schliemann era sicuramente l’archeologo più famoso d’Europa, ma dall’ambiente universitario e ufficiale era attaccato ferocemente. Anche per questo, oltre alla sua sete di avventuriero, era sempre in cerca di nuovi misteri e di nuovi trionfi con cui zittire i nemici.

Ecco che allora decise di scavare Micene, la città degli Achei, e anche qui, nelle tombe a pozzo e a cupola da lui individuate, trovò dei reperti incredibili: gli scheletri dei re antichi e tanti gioielli, armi, utensili, pettorali, e soprattutto tre preziose maschere funerarie d’oro, tra cui quella da lui attribuita ad Agamennone in persona.

Ecco, proprio questa maschera, la più bella delle tre, è quella che ha sollevato sospetti, prima in William M. Calder III negli anni ’70 del ‘900, e rilanciati poi da David Traill nel 1999. La maschera di Agamennone è appunto quella di fattura migliore tra quelle ritrovate da Schliemann, è ricca di particolari che le altre non hanno, ma soprattutto ha degli strani baffi all’insù che ricordano moltissimo quelli di moda nell’800. Ci sono le prove che Schliemann in altre occasioni avesse fatto fare dei falsi e avesse spacciato come suoi ritrovamenti dei reperti che invece aveva acquistato e talvolta “nascosto” nei luoghi del suo ritrovamento. Il fatto che la maschera di Agamennone fu ritrovata solo 3 giorni prima della chiusura degli scavi a Micene, quasi un “botto finale”, e che pochi giorni prima Schliemann fosse scomparso, e che forse un parente della moglie greca fosse un orafo, sono tutti elementi che portano a pensare sia molto probabile che sia un falso.

Ma c’è un’incoerenza: perché raffigurare il presunto Agamennone con quei baffi impomatati così assurdamente “moderni”?

Nessun’opera micenea riporta un simile dettaglio e, per definizione, tutti i falsi cercano di essere credibili. E qui interviene il prof Nigro, con la sua spiegazione: “La Maschera di Agamennone potrebbe essere nient’altro che un “ritratto giovanile” dello stesso Schliemann, come potete confrontare nelle foto. I baffi ci sono, l’ovale del viso anche, come nella foto che l’archeologo avrebbe potuto affidare a un parente orafo della moglie qualche giorno prima del «ritrovamento»”. Quasi fosse un ideale pendant al famosissimo ritratto di sua moglie adorna dei “gioielli di Elena”, ma soprattutto, un feroce scherzo ai suoi “amici” archeologi, una beffa delle teste di Modigliani ante-litteram. Scrive ancora il prof. Nigro: “Schliemann avrebbe potuto screditare i suoi critici, all’occorrenza, rivelando lo scherzo, ma nel 1890 morì a soli 68 anni, portandosi il segreto nella tomba”.

Se si leggono sotto questa luce del dubbio le note sulla maschera scritte da Schliemann in “Micene: una narrazione di ricerche” (1880), allora possono apparire tendenziose e quasi ironiche:

Anche la barba è ben rappresentata, e in particolare i baffi, le cui estremità sono rivolte verso l’alto a punta, a forma di mezzaluna, niente di nuovo sotto il sole. Non ci sono dubbi sul fatto che gli antichi micenei usassero l’olio o una sorta di pomata per acconciarsi i capelli. […] Nessuno dubiterà per un momento che fossero destinate a rappresentare i ritratti del defunto […] Gli antichi orafi micenei potevano fare quanto qualsiasi orafo moderno“.

Già Calder si chiedeva perché sottolineare proprio i baffi, con quella giustificazione non richiesta (e non documentata!) dell’olio per acconciare i baffi, e soprattutto quell’allusione non necessaria agli orafi moderni?

In tutto questo il rifiuto netto del Consiglio archeologico greco di effettuare qualsiasi esame sul metallo per stabilirne l’antichità non favorisce la risoluzione del dilemma.

Eppure, l’analisi più semplice e meno dannosa è la fluorescenza a raggi X (XRF), che potrebbe rivelare se l’oro è stato legato o meno con altri metalli. L’oro minoico e miceneo era generalmente composto dal 5 al 30% di argento. “Se il test rivelasse che la maschera è realizzata in oro puro, o in lega di rame, sarebbe motivo di preoccupazione“, afferma Paul Craddock, capo della sezione metalli del Dipartimento di ricerca scientifica del British Museum. Il Museo non dovrebbe temere queste analisi, qualunque fosse l’esito, perché se confermassero l’antichità del pezzo spazzerebbero via ogni dubbio e polemica, e se invece rivelassero il falso, il Museo potrebbe puntare sulla genialità dello scherzo.

Come ha scritto David Trail: Se la maschera è genuina, Schliemann è l’archeologo più fortunato fino a Howard Carter. Se è un falso, è stato un genio che ha ingannato i principali archeologi e storici del mondo per più di un secolo. Poiché sono un grande ammiratore di Schliemann e ho trascorso molto tempo a studiare la sua vita, spero che sia un falso. È molto meglio essere un genio che semplicemente fortunato”.

Filippo Melli

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