Kyoko Nakahara

Mag 9, 2022 | Restauro

Kyoko, come sei diventata restauratrice? Quale è stato il tuo percorso formativo?

Mi è sempre piaciuto vivere nel mondo dell’arte, in particolare della pittura e della musica, sin dall’infanzia; i miei genitori mi portavano ai corsi di pittura per bambini; a casa ammiravo per ore e ore le collezioni dei cataloghi d’arte e le enciclopedie dell’arte internazionali, curiosa delle varie tecniche artistiche.

L’interesse verso la conservazione ed il restauro, tuttavia, è arrivato più tardi, ed è legato a momenti correlati al mondo del restauro italiano: il primo lo associo alla lettura dello speciale pubblicato sulla rivista d’arte, “Gijutsu Shincho, conosciutissima in Giappone, sul restauro eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure (OPD) di Firenze negli anni ’80 del ‘900 della “Primavera” di Botticelli della Galleria degli Uffizi. Mi colpì in particolar modo il racconto della restauratrice, Paola Bracco, della sua gioia quando, tornando dal lavoro, scoprì nel suo giardino la stessa specie dei fiori dipinti nell’opera.

Il secondo momento lo associo alla lettura dell’intervista a Leonardo Passeri, ex capo restauratore dell’OPD, sulla rivista “Brutus”, sempre molto nota, sul mestiere di restauratore. Parlava dell’importanza dell’unione della scienza, della storia dell’arte e della tecnica del restauro.

In fine, è stata fondamentale la visita alla mostra, “Firenze: Arte del Rinascimento e Restauro”, a Kyoto nel 1991, curata da Antonio Paolucci, allora Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze e Pistoia, Giorgio Bonsanti, a quell’epoca Soprintendente dell’OPD e da Annamaria Petrioli Tofani, già Direttrice degli Uffizi. Fu la prima mostra sul Restauro in Giappone, credo, e mi ha affascinato immensamente.

Chi avrebbe immaginato che dopo diverso tempo, avrei fatto la loro conoscenza a Firenze e avrei avuto l’onore del loro insegnamento in Conservazione e Restauro! Tuttora devo a loro profondamente.

Decisi di venire a Firenze per diventare una restauratrice dei beni culturali nel 1992 e frequentai inizialmente l’Istituto per l’Arte e il Restauro, ‘Palazzo Spinelli’, e successivamente la Scuola di Alta Formazione e di Studi del Ministero della Cultura, Opificio delle Pietre Dure, superando la severissima selezione dell’esame di concorso.

Alla SAFS dell’OPD ho avuto onore di ricevere le lezioni da eccelsi restauratori, storici d’arte, scienziati, e fotografi, in particolare Paola Bracco, Ottavio Ciappi, Luciano Sostegni, Ciro Castelli, Andrea Santacesaria, Roberto Bellucci, Oriana Sartiani, Patrizia Riitano, Marco Ciatti, Cecilia Frosinini, Mauro Matteini, Giancarlo Lanterna, Alfredo Aldrovandi, Roberto Boddi, Maria Rizzi, Isetta Tosini, Carlo Lalli, Fabrizio Cinotti e tanti altri.

Ho lavorato contemporaneamente anche nello studio di Leonardo Passeri, Maestro d’arte, oltre che restauratore.

Il mio percorso formativo è lungo e continuo; dopo il diploma (laurea magistrale) dell’OPD, ho ottenuto anche il diploma di laurea presso l’Università degli studi di Tuscia (Viterbo) e ho partecipato ai numerosi corsi nazionali e internazionali di aggiornamenti di carattere storico-artistico, scientifico e tecnico.

Parliamo ora di un tuo lavoro. Con Art-Test ci sono state molte occasioni di collaborazione, quale vuoi ricordare?

Grazie ad Art-Test ho potuto ottenere l’analisi radiografica per un dipinto a olio su tela del sec. XVII della Galleria degli Uffizi. L’analisi RX è stata molto importante nel prendere una direzione decisiva nel progettare in modo migliore il restauro complessivo, in quanto ha consentito di indagare lo stato di conservazione degli strati originali nascosti dalle spesse stuccature antiche e ridipinture fatte in diverse epoche in modo arbitrario, nonché dalla tela da rifodero.  

Le lastre radiografiche hanno mostrato la maggiore estensione della tela originale al di sotto delle ingenti stuccature, ma il colore originale risultava pressoché perduto. Dopo la ponderazione sull’esito delle indagini e sulle osservazioni effettuate sull’opera, si è ritenuto opportuno, con l’approvazione della Direzione dei Lavori, eseguire un intervento di pulitura differenziata, lasciando alcune parti non originali presumibilmente seicentesche, e non effettuare la rimozione della vecchia tela da rifodero, dove non si compromettesse la stabilità dell’opera.

Con una profonda esperienza di restauratore in alcuni casi si riesce a ‘intuire’ la tecnica di esecuzione e/o lo stato di conservazione.  Molto spesso, tuttavia, ciò è impossibile senza effettuare la diagnosi scientifica, come in questo caso. Mi permetto di paragonare al campo della medicina; chi oserebbe chiedere al medico se il tumore è benigno o maligno senza effettuare una biopsia?

In generale quali sono i problemi che più comunemente si incontrano durante un restauro in cui è più utile la diagnostica? E che vantaggi comporta ad un restauratore affiancare ad un progetto di restauro una campagna diagnostica mirata?

Direi che una campagna di diagnosi scientifiche preliminari è sempre utile ed auspicabile. Come ho detto prima, essa aiuta a comprendere la tecnica di esecuzione e lo stato di conservazione dell’opera; il che è importante al fine di programmare un appropriato progetto di conservazione e restauro. Se i problemi conservativi sono maggiori e difficili da affrontare, una campagna diagnostica diventa indispensabile.

L’istituto pubblico come l’OPD con il quale ho collaborato per diversi progetti di conservazione e restauro e di ricerca, conduce sempre una campagna diagnostica prima di effettuare qualsiasi intervento di conservazione e di restauro. Mentre da privato (anche per opere pubbliche) questo non è sempre fattibile per ragioni finanziarie. Personalmente effettuo sempre almeno la diagnosi non invasiva fotografica, come la fluorescenza UV, l’IR, l’IR falso colore, sia per opere pubbliche sia per opere private.

Il problema più critico si presenta quando necessitano diagnosi più sofisticate e costose (Radiografia, Riflettografia IR, Tac, XRF, FT-IR, IR-Raman, FORS, Cross-section, ecc.) soprattutto quando la necessità si presenta solo durante il restauro. 

Quando il budget è limitato, tuttavia, si può comunque ridurre la tipologia delle analisi a quelle più necessarie e analizzare solo alcune zone significative dell’opera con i minori punti di rilevamento. Per cui, ovviamente, è importante avere una buona conoscenza sulle caratteristiche di ogni analisi diagnostica e dello stato di conservazione dell’opera per poter selezionare: il tipo di diagnosi mirata al proprio caso specifico, il numero dei punti di rilevamento, la zona (punti) del prelievo ecc..

Lavori da molti anni in questo campo, che cambiamenti hai notato per esempio a livello di clientela, prezzi e committenze?

Lavoro principalmente per istituti pubblici. Per questa categoria di committenza, nell’arco di venti anni non vedo un drastico cambiamento. Probabilmente appartengo alla generazione “transitoria”. In generale ho dovuto sempre partecipare ad una gara d’appalto con più concorrenti per ricevere un incarico; la difficoltà di vincere c’è sempre stata. Negli ultimi anni la difficoltà è diventata maggiore in quanto le occasioni di poter partecipare ad una gara d’appalto, a mio avviso, sono diminuite, probabilmente per una ‘circolarità’ dei candidati in una città metropolitana come Firenze in cui sussistano innumerevoli restauratori.

Lavoro anche per collezionisti privati; mi fa piacere quando alcuni di loro tornano dopo tanti anni avendo apprezzato il lavoro effettuato.

Emanuela Massa

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