La Madonna della Palma di “Raffaello”

Dic 1, 2023

La “Madonna della Palma” un falsissimo Raffaello che non più di 40 anni fa ingannò niente meno che Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan, nonché l’Istituto Centrale del Restauro con le sue indagini scientifiche.

L’autografia fu fortemente criticata da Federico Zeri, ed approdò anche sui quotidiani nazionali.

Qui sotto la lettera dello storico d’arte Cesare Brandi (da La Stampa, mercoledì 21 Gennaio 1981,e poi alcune considerazioni tecniche del restauratore Pico Cellini.

Egregio Direttore,

per la seconda volta, nel suo pregiato giornale, Federico Zeri torna ad occuparsi di me. Al primo attacco non risposi perché delle sue valutazione nei miei riguardi non mi curo, ma ora, che tira fuori lo specioso argomento della Madonna della Palma, attribuita da me a Raffaello e a un aiuto forse Perin del Vaga, ritengo di dover fare delle precisazioni per informazione dei suoi lettori.

Poiché ci avevo accennato nell’intervista che , non certo su mia richiesta, venne a farmi Fabrizio Dentice per l’Espresso, lo Zeri ha creduto di poter contrapporre la mia scarna dichiarazione alla lettera il prof. Argan, come Presidente della seconda sezione del Consiglio superiore, ebbe a scrivere dopo la polemica-atto di accusa scatenata sul Bolaffi-Arte, a cui vari studiosi intervennero per la fausta occasione di dare addosso a me e ad Argan, non però certi valentuomini come Giovanni Previtali e Giuliano Briganti, che , pur essendo amici dello Zero, si rifiutarono di accodarsi.

La proposta di acquisto, non già come un Raffaello, fu passata al Consiglio Superiore soprattutto sulla base, non opinabile, che del quadro, attribuendolo a Cesare da Sesto, aveva parlato il grande Cavalcaselle. La garanzia di questo nome era tale che, prima di tutto, fu deciso di vedere il quadro, ed io e il prof. Gnudi fummo incaricati – e lo facemmo separatamente per maggiore oggettività di giudizio – di andare a Milano presso la Soprintendenza di Brera, dove il dipinto si trovava. Ognuno di noi fece la sua relazione, e in base a queste la seconda Sezione decise per l’acquisto.

Passato il dipinto all’istituto centrale del restauro, questo compì tutte le indagini necessarie, radiografiche, stratigrafiche ai raggi ultravioletti, dalle quali non sorse il minimo dubbio sulla sua autenticità, e solo fu osservato che forse il dipinto aveva subito un trasporto su altro supporto, che è semmai garanzia aggiuntiva per la sua autenticità.

Solo dopo il restauro, formulai l’ipotesi raffaellesca e compilai la scheda con cui il dipinto fu esposto ad Urbino. Lo Zeri ora, per avanzare l’ipotesi di falso, accampa che la palma (rappresentata anche con i datteri nel dipinto in parola) sarebbe invece, secondo il suo anonimo straniero di turno, una Cycas revoluta, con curioso criterio di esaminare un quadro, in cui la palma ha chiaramente valore simbolico, come un test di botanica.

Tutto questo serve solo ad attirare discredito su persone e istituzioni come l’Istituto Centrale del restauro e l’Amministrazione dei Beni Culturali, a cui peraltro una volta appartenne anche lo Zeri.

Al qual proposito sarebbe interessante sapere come dette le dismissioni. Le dovette dare?

A parte la risposta per niente intimorita di Zeri, qui il giudizio del restauratore (dal libro: P. Cellini, Falsi e Restauri, Archivio Guido Izzi).

“ per prima cosa noto che il dipinto è su tavola di abete, un tipo di legno sempre scartato dai pittori antichi per la sua instabilità (…) Su tale grave anomalia l’Istituto Centrale del Restauro, che ha consolidato e pulito il dipinto, ha avvertito che: “ … l’attuale supporto ligneo non è probabilmente quello originale, poiché fra la tavola e la preparazione si può individuare uno strato adesivo estraneo alla pittura”. .. Continua il Cellini: “Dopo di ciò però si doveva pure considerare che la tavola di abete reca vari segni distintivi, che ne suggeriscono l’epoca: due bolli di ceralacca di nobili casate, più annotazione di vecchie appartenenze”. Il restauratore si addentra inoltre a valutare altre evidenze, come la colla etc.

Ne ha fatti di passi la scienza in 40 anni!