Tre Gioconde sul comò

Feb 20, 2022 | Autenticazioni ed attribuzioni, Patrimonio Culturale, Restauro, Scoperte

Le analisi svelano che sono tre versioni diverse ma probabilmente nate contemporaneamente

Tra le molte colpe della pandemia c’è anche senz’altro quella di aver reso difficile visitare le mostre. Ce ne è stata infatti una a Villa Farnesina, che, nonostante fosse interessantissima, si è chiusa nel Gennaio 2020 senza aver suscitato grandi clamori. La portata delle scoperte che presentava, però, era tale che è già tornata a far parlare di sé e pare che presto se ne farà un’altra.

La mostra era incentrata sugli anni che Leonardo trascorse a Roma, tra il 1513 e il 1517, prima di trasferirsi in Francia, dove morì pochi mesi dopo. In quegli anni romani, il grande genio di Vinci fu ospite in Vaticano del fratello del Papa, Giuliano dei Medici, e si sa che in quell’occasione portò con sé alcuni dei suoi capolavori, tra cui la Gioconda.

E qui la storia si fa particolarmente interessante, perché si è scoperta una terza versione della Gioconda, presentata alla mostra e anche questa molto probabilmente realizzata mentre Leonardo era ancora in vita, la Gioconda Torlonia, cosiddetta perché fino al 1925, apparteneva a questa famiglia nobile romana. Secondo gli studi più recenti condotti da Maria Forcellino, il quadro, prima di finire fra i beni di questa collezione, sarebbe già appartenuto alla collezione di Cassiano Dal Pozzo. Il quadro e la sua importanza sarebbero andate perse durante il passaggio dall’erede di Dal Pozzo alla collezione Torlonia perché catalogata come “una Monaca di Leonardo”.

Recentemente è stato deciso di restaurare questa tavola trasferita su tela, e qui sono arrivate le sorprese. Nella riflettografia ad infrarossi eseguita durante il restauro, si è visto chiaramente che nella mano sinistra della Monnalisa c’è un dito sovrapposto all’altro, un “pentimento”, un ripensamento. Guarda caso, lo stesso ripensamento che si vede nella Gioconda nella Louvre.

Questo suppone che chi realizzò questa pittura era nella bottega di Leonardo mentre si dipingeva la Gioconda del Louvre, altrimenti perché avrebbe fatto le dita in un modo e poi cambiarle esattamente come è stato fatto nella Gioconda parigina?

Osservazioni simili erano già emerse quando El Prado decise di far restaurare la sua copia della Gioconda e, dallo studio della radiografia e della riflettografia, si capì che quella che si pensava fosse una copia, in realtà non poteva che essere stata eseguita che durante la realizzazione della Gioconda di Parigi, perché presentava una serie di pentimenti altrimenti inspiegabili.

Echoes of the exhibition at Villa Farnesina closed in January 2020 are still stirring debate today.

Confronto tra la riflettografia del dipinto del Prado (a sinistra) e quello del Louvre (a destra)

Dunque il mito romantico dell’artista geniale che dipinge per sé e da sé, e non replica, sembra sempre più lontano dalla realtà.  

Bisogna abituarsi a pensare in termini diversi. Del resto una volta che un maestro come Leonardo ha una “bottega”, è in realtà oggettivamente difficile pensare he produca dipinti interamente suoi, dalla preparazione del supporto agli strati finali.

Lavorare insieme in una bottega significa piu’ probabilmente che è sempre o quasi sempre il maestro che fa il cartone, ma anche che sono i garzoni che preparano il supporto, trasferiscono il cartone e iniziano la pittura, mentre il maestro segue il lavoro dei suoi discepoli e interviene nello stesso lavoro, correggendolo o ampliandolo.

Una visione che, paradossalmente, sembra facciano più fatica ad accettare gli storici dell’arte, nonostante tutte le prove, soprattutto nel caso dei grandi nomi.

Se per la versione del Prado, nessuno ha negato le evidenze della riflettografia e della radiografia, per quella Torlonia si continua a dire che si tratta di una copia seicentesca (Marani), o di un oggetto d’arredamento (Sgarbi).

Senza però dare una adeguata spiegazione delle evidenze scientifiche. Peccato.

Anna Pelagotti