Un grande, ammiratissimo e costosissimo tappeto. Falso

Set 24, 2025 | Autenticazioni ed attribuzioni

Nei i magazzini del Victoria and Albert Museum di Londra è relegato un tappeto che ha ingannato per decenni storici, collezionisti e curatori: il Chintamani.


Con i suoi 2,97 metri di lunghezza e 1,92 di larghezza, in lana, annodato con nodo simmetrico, il tappeto è rimasto esposto come autentico nel prestigioso museo londinese per anni, catturando l’attenzione di appassionati e studiosi, convinti di trovarsi davanti ad un pezzo di inestimabile valore.

Il “Cintamani” è in realtà il nome del disegno, costituito dai soli tre pallini a triangolo o dai tre pallini posti sopra una o due linee ondulate, che è la rappresentazione di un antico simbolo condiviso tra l’induismo e il buddismo. E’ diffuso in tutta l’Asia, dal Tibet all’Anatolia, e viene chiamato da tutte le culture con il medesimo termine che è in Sanscrito e che indica tre gemme, o sfere, in grado di esaudire i desideri. Oppure le striature e le macchie sulla pelle dei grandi felini. Sempre un simbolo di potenza sovrannaturale.

Frammento di tessuto con disegno Cintamani

Il Cintamani in questione arrivò al V&A nel 1933, grazie al mercante viennese Paul Perlefter che, presentandosi personalmente al curatore del museo, Cecil Tattersall, lo convinse che fosse un raro pezzo ottomano del XVI secolo. Perlefter chiese circa 8.000 sterline, ovvero un quarto del budget annuale per acquisizioni, e al V&A sembrò un affare. Il desiderio di entrambi era stato esaudito.

Per tre decenni, il tappeto fu esposto come autentico pezzo ottomano, diventando uno dei pezzi più apprezzati e iconici del museo.


I primi sospetti e la conferma scientifica

Negli anni ’60 iniziarono a emergere dubbi sull’autenticità. Nel 1962, George Wingfield Digby, conservatore del V&A, ricevette una lettera da Nessim Cohen, mercante d’arte statunitense e specialista di tappeti. Cohen sosteneva che il Chintamani fosse un falso recente, probabilmente in seguito ad una soffiata.

Tanto disse e tanto scrisse che si decisero a fare le analisi. Le analisi chimiche e chimico-fisiche confermarono l’impensabile: i fili rossi erano tinti con coloranti sintetici del XIX secolo, come porpurina e crisofenina, anziché con pigmenti ottomani tradizionali. La scoperta portò al suo immediato addio alle scene e al confinamento nei depositi.

Anche su questa tipologia di manufatti fu quindi dirimente la diagnostica scientifica, uno strumento fondamentale per distinguere repliche da autentici pezzi storici. Anche in questi casi solo l’integrazione tra esperienza storica e analisi scientifica permette di proteggere opere, collezioni e investimenti.

Oggi il Chintamani è classificato come copia eseguita in Romania c. 1920-1930 e rimane nei magazzini del V&A, visibile solo su appuntamento. Adesso probabilmente in molti si stupiranno di come abbia fatto il curatore a cascarci. Facile a dirsi con i risultati delle analisi in mano!

Anna Pelagotti
Anna Pelagotti