Caravaggio: Alla Riscoperta della ‘Presa di Cristo’ – La mostra a Palazzo Chigi di Ariccia svela nuovi dettagli

Nov 27, 2023

Di solito basta che nel titolo di una mostra ci sia il nome “Caravaggio” perché il successo sia assicurato, anche se per secoli è stato un artista dimenticato, caduto in un oscuro oblio, ed è tutto merito di Roberto Longhi l’averlo riscoperto, restituendogli un ruolo di primissimo piano, ed è successo solo 70 anni fa. Fu Longhi infatti l’ideatore dell’esposizione del 1951 a Milano, Mostra del Caravaggio e dei caravaggeschi, che segnò definitivamente un punto di non ritorno nella fama di questo spettacolare pittore.

Dopo molte esposizioni ed eventi dove il nome del Merisi serviva solo a far cassa, ecco invece un’occasione per cui vale la pena organizzare un piccolo viaggio, attirati dal nome di Caravaggio. In queste settimane, infatti, c’è una mostra su di lui a Palazzo Chigi a Ariccia, una sede espositiva davvero affascinante, dove è possibile vedere uno straordinario dipinto che raffigura la cattura di Cristo nell’orto del Getsemani dopo il tradimento di Giuda, noto come la Presa di Cristo.

Anche quest’olio su tela fu ritrovato da Longhi, qualche anno prima della famosa esposizione milanese, nella collezione Ruffo di Calabria a Firenze. Le condizioni del dipinto però non erano buone, e all’epoca fu ritenuto solo la migliore copia di un dipinto ritenuto perduto.

Un giudizio affrettato o ancora valido?

Per via di incredibili vicissitudini, anche giudiziarie, questa è un’opera che è rimasta celata per lungo tempo, e la mostra in essere è l’occasione per riportarla all’attenzione del grande pubblico e degli studiosi, che così potranno tentare di rispondere all’interrogativo sulla sua presunta autografia.

Si tratta di una delle composizioni più intense e ricche di pathos dell’attività romana di Caravaggio, che ha ispirato numerose copie, almeno 12 antiche, e fatto nascere molte discussioni sui presunti (e talvolta smentiti) originali. È inoltre un’opera che ci fa meglio conoscere la produzione dell’artista per palazzi privati portata avanti in parallelo alle più note committenze per la Cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi e per la Cappella Cerasi a Santa Maria del Popolo, nel passaggio tra il Cinque e Seicento.

Le fonti infatti ci dicono che nel gennaio 1603 (ma l’opera era stata dipinta nel 1602) il nobile collezionista romano Ciriaco Mattei pagò profumatamente a Caravaggio una «Presa di Cristo» con cornice dipinta «nera rabescata d’oro», che potrebbe essere quella che l’opera di Ariccia esibisce ancora oggi. Ma a complicare la storia c’è un’altra notizia, e cioè che dal 1624 nella raccolta Mattei compare una seconda versione di questo quadro, forse commissionata dallo stesso Ciriaco per il fratello Asdrubale, questa volta con cornice dorata e di dimensioni inferiori; dopodiché, dagli anni ‘40 del Seicento, la prima versione, quella del 1602, scompare dagli inventari del casato. È merito di Francesco Petrucci, curatore della mostra di Ariccia, aver studiato le ulteriori vicende storiche del dipinto menzionato, che potrebbe essere quello che riappare prima a Napoli e poi nel 1688 negli inventari dei Colonna di Stigliano e da qui, per via ereditaria, ai Ruffo di Calabria principi di Scilla che la trasferirono a Firenze agli inizi del Novecento, dove fu acquistata nel 2003 dall’attuale proprietario, l’antiquario romano Mario Bigetti.

La seconda versione invece potrebbe essere quella che dalla collezione di Paolo Mattei, figlio di Asdrubale, dove era registrata, attraverso successive vendite giunse nel 1802 in una collezione irlandese con l’attribuzione a Gerrit van Honthorst, e successivamente fu donata al Collegio di Sant’Ignazio dei gesuiti dove un italiano, Sergio Benedetti, la riconobbe come autografa di Caravaggio nel 1993, e che ora è una delle attrazioni della National Gallery di Dublino. Questo in terra irlandese è infatti ufficialmente l’autografo di Caravaggio, ma i risultati dei restauri sull’opera di Ariccia hanno modificato la prospettiva, tanto da far pensare forse effettivamente non sia di Caravaggio ma di mano dell’Honthorst, come del resto indicava l’attribuzione fino a pochi anni fa.

Potrebbe infatti non essere neanche la seconda versione, dal momento che nelle collezioni di Palazzo Pitti a Firenze ne esiste un’altra che alle analisi eseguite (da Art-Test) durante il restauro ha mostrato importanti pentimenti e un uso dei pigmenti tipici del periodo di attività di Caravaggio.

Radiografia del dipinto ora ad Ariccia

Anche sul dipinto oggi ad Ariccia fa il restauro e le analisi conoscitive fatte (in mostra la radiografia e la riflettografia) rendono possibile finalmente una migliore lettura dell’opera, ed evidenziano alcuni cambiamenti e pentimenti, che sono portati a supporto della possibile autografia. Anche in questo caso i colori usati, ovvero il rosso cinabro, la lacca di garanza, lo smaltino sono tipici del tempo in cui operava Caravaggio.

Dunque ci sono elementi stilistici e tecnici che potrebbero far orientare verso l’originalità del dipinto di Ariccia e mettere in dubbio l’autografia di quello di Dublino, che appare sempre meno facile da argomentare.

Nel catalogo della mostra di Ariccia si espone la tesi che anche quella di Dublino sia di Caravaggio, anche se una versione successiva a quella di proprietà Bigetti, ma tanti elementi fanno pensare che invece quella irlandese sia opera di un caravaggista olandese presente in quegli anni a Roma, Gerrit von Hontorst appunto. Potrebbe trattarsi di un caso esemplare nella ricorrente questione delle repliche e delle copie caravaggesche. La possibilità che la tela irlandese sia opera dell’Hontorst non inficia la qualità, somma in entrambe le versioni, ma semplicemente distingue due stili e la tecnica esecutiva.

Fra tutti gli elementi portati a supporto di questa tesi, possiamo citare quello che appare evidente come fraintendimento di uno che copia, e non variazione del maestro che ripete due volte la stessa composizione. Infatti il pittore dell’opera irlandese ha trasformato, travisando completamente l’originale, in un’ombra quella che nel dipinto ad Ariccia, ed anche in quello di Pitti, è una cicatrice molto evidente sulla mano sinistra con la quale Giuda ghermisce Cristo (la cicatrice è una sorta di marchio d’infamia del traditore).

Ad ogni buon conto, in ragione della sua eccezionalità il quadro ora ad Ariccia è stato notificato dallo Stato Italiano con Decreto del 2 dicembre 2004 del Ministro dei Beni Culturali come opere di particolare interesse per la nazione, pur lasciandola proprietà dell’antiquario. La mostra si sposterà poi nel 2024 a Napoli, e probabilmente le discussioni sull’autografia, pubbliche o sussurrate, continueranno.

Filippo-Melli
Filippo Melli