Ha scoperto il restauro da bambina, ed è stata una delle prime allieve dei corsi tenuti dall’Opificio delle Pietre Dure a Firenze
Lucia Dori è una delle restauratrici più conosciute di Firenze. Il suo laboratorio, che divide con il fratello Andrea, si occupa di conservazione e restauro di dipinti su tela e tavola, sculture lignee, cornici monumentali e globi.
Negli ultimi anni Lucia ha anche intrapreso la carriera di insegnante presso l’Accademia di Brera a Milano, dove è responsabile del corso di “Restauro dei manufatti dipinti su supporto tessile 1″.
Lucia, come sei diventata restauratrice? Quale è stato il tuo percorso formativo?
Mio padre, grande appassionato di arte, nel 1972 mi portò alla mostra “Firenze Restaura”.
Nella primavera del 1977, durante una visita ai miei nonni a Reggello parlai con mio cugino della mia passione per il restauro di cui però sapevo pochissimo. Lui mi disse che aveva un amico restauratore: Gastone Tognaccini.
Mi presentò Gastone e lui mi spiegò tante cose sul mondo del restauro e mi informò che proprio in quell’anno l’Opificio della Pietre Dure avrebbe indetto per la prima volta il concorso per accedere alla Scuola di Alta Formazione. Si offrì di prepararmi e successivamente frequentai il suo laboratorio e quello dei restauratori Paola Bracco, Sergio Taiti, Ottavio Ciappi. Per quanto riguarda invece la mia formazione per il disegno fui seguita da Leonardo Passeri. Fui la sua prima allieva in assoluto.
Superai il concorso nel novembre del 1977 e subito dopo iniziai la scuola di restauro dell’Opificio. Mi sono diplomata dopo la specializzazione nel 1981.
Parliamo ora di un tuo lavoro, con Art-Test ci sono state molte occasioni di collaborazione, quale vuole ricordare?
Tra i lavori in cui mi sono avvalsa di Art-Test mi piace ricordare l’Annunciazione di Alesso Baldovinetti, perché è un dipinto che mi ha veramente toccato il cuore. Le indagini furono molto importanti perché rivelarono le modalità disegnative molto particolari di Baldovinetti che ha adoperato l’incisione diretta per tutto, anche per i particolari più descrittivi come le penne delle ali dell’angelo oppure la particolare finitura del rosso della veste dell’angelo che ribalta la successione degli strati con il cinabro messo sopra la lacca rossa.
Proprio in quel frangente si manifestò appieno la sinergia che deve esserci sempre tra il restauratore, il diagnosta e lo storico dell’arte. Quando queste professionalità interagiscono armonicamente tra di loro, collaborano, il risultato devo dire che è sempre eccellente.
In generale quali sono i problemi che più comunemente si incontrano durante un restauro in cui è più utile la diagnostica? E che vantaggi comporta ad un restauratore affiancare ad un progetto di restauro una campagna diagnostica mirata?
I problemi che si incontrano durante un restauro sono molteplici e la diagnostica è importantissima quando ci sono ridipinture, ritocchi estesi, grandi lacune, stuccature e quando non si è certi di trovare colore originale al di sotto degli strati pittorici visibili. La diagnostica è importantissima per la conoscenza dell’opera, dei materiali, del pittore, del suo modus operandi.
Per me ogni quadro in restauro dovrebbe avere la possibilità di avere una campagna diagnostica che lo indaghi, purtroppo però non è sempre possibile perché spesso i fondi per il restauro non sono sufficienti per le indagini.
Lavori da molti anni in questo campo, che cambiamenti hai notato per esempio a livello di clientela, prezzi e committenze?
I cambiamenti ci sono stati e sono ancora in corso. In particolar modo da quando è entrato in vigore il Codice degli appalti pubblici. Prima con la committenza c’era un rapporto fiduciario e lo storico dell’arte non era obbligato a chiedere più preventivi di costo per un progetto di restauro. Con le nuove norme questo non è più possibile e sicuramente porta ad una giusta circolarità del lavoro, ovvero ad assegnare i restauri ad un numero maggiore di operatori. Questa circolarità però purtroppo ha portato, a mio parere, anche a restauri eseguiti non “a regola d’arte”; Il meccanismo di scelta non è più fondato sulla qualità della progettualità e dell’intervento, ma su un’economia di progetto dove viene prediletta l’offerta più bassa. Infatti, essendo il lavoro del restauratore non standardizzato, ovvero non identico indipendentemente da chi lo esegue, imporre questo tipo di prassi non corrisponde spesso alla scelta del miglior restauratore e del miglior progetto di restauro, in termini di qualità. Negli ultimi anni il volume di lavoro proveniente da committenza privata è diminuito. Il nostro lavoro però si basa su committenza quasi sempre pubblica per cui, come già detto, il discrimine oggi dipende dalle modalità di scelta indicate dalle nuove normative.



