La scultura Flora del Museo di Bode è stata sottoposta ad un nuovo metodo di datazione

Leonardo da Vinci è oggi un fenomeno mediatico non meno che artistico, ma la sua figura accende l’interesse e la curiosità del grande pubblico ormai da molti decenni, se non da secoli. È almeno dall’800 che è accresciuto vorticosamente l’interesse per le sue opere, con un susseguirsi impressionante di attribuzioni, o presunte tali. Infatti, in molti casi gli storici dell’arte hanno faticato molto a trovare prove certe che collegassero queste opere a Leonardo, e spesso non le hanno trovate.

Il busto in cera di Flora, 67 x 44 x 37 cm, conservato al Bode Museum di Berlino e tutt’oggi esposto, era stato attribuito a Leonardo principalmente su base stilistica, per le similitudini cone le figure femminili dipinte dall’artista, ma questa attribuzione era stata oggetto di un intenso dibattito sin dalla acquisizione della statua all’inizio del secolo scorso.

Soltanto recentemente, utilizzando nuove analisi chimiche e la datazione assoluta con il metodo del Carbonio14 condotte dagli esperti del Consiglio nazionale delle ricerche francese (Cnrs), in collaborazione con il museo e l’universita’ Paris Saclay, è stato possibile trovare una risposta alla questione.

Nel 1911, a solo due anni da quando l’allora direttore generale dei Musei Reali di Berlino, il mitico Wilhelm Bode aveva voluto acquistare la scultura, erano già stati pubblicati oltre 730 articoli sulla stampa internazionale: tedesca, inglese, francese, italiana, austriaca e danese, a favore e contro l’attribuzione a Leonardo, segno evidente del grande interesse che le opere di questo artista provocavano allora e provocano tutt’ora.

La sala del museo nel 1917. Si la Flora sulla parete di fondo

Il dubbio principale circa l’attribuzione leonardesca era dato dalla materia con cui è realizzato il busto, ovvero la cera, un materiale veramente insolito per un’opera d’arte del Rinascimento. A tutt’oggi non si conoscono altre sculture in cera di questo periodo. Ma Leonardo, si sa era uno sperimentatore.

Bode acquistò il busto a un’asta londinese per un’altissima cifra (185.000 marchi d’oro) e l’attribuì all’artista di Vinci convinto dal sorriso enigmatico, dalla grazia della postura, dalla modellazione della carne e dal trattamento virtuoso dei drappi, nonostante già allora altri studiosi, come Gustav Pauli, all’epoca direttore del museo di Amburgo, l’avessero attribuito a Richard Cockle Lucas (1800-1883), uno scultore britannico del XIX secolo noto per aver creato un gran numero di sculture in cera su modelli antichi.

A confermare poi che l’opera era stata realizzata proprio da Lucas, era stato nel 1910 il figlio Albert Dürer Lucas, che giurò di aver aiutato il padre a realizzare l’opera attorno al 1846, fornendo peraltro indicazioni di carattere tecnico.

Ma Bode, imperterrito, fino alla fine della sua vita, rimase convinto che l’opera fosse originale, e la presunta confessione, una macchinazione ai suoi danni.

Willem Bode

Sul sito del Museo, ad oggi si legge: “Nel 1909 il direttore dei musei di Berlino, il rinomato esperto Wilhelm von Bode, acquistò questo busto in cera di Flora, che immediatamente attribuì a Leonardo da Vinci o al suo entourage. Poche settimane dopo, un pittore dilettante inglese dal curioso nome – Albrecht Dürer Lucas – affermò che l’opera era stata creata da suo padre circa sessanta anni prima. Fu l’inizio di una delle grandi controversie della storia dell’arte tra coloro che sostennero l’attribuzione a Leonardo e quelli che vedevano in questo busto solo una falsificazione. Un secolo dopo, questo dibattito non è ancora concluso. L’oggetto è attualmente in fase di analisi scientifica, dalla quale speriamo di ottenere nuove informazioni per poter rispondere alla domanda cruciale: il busto di Flora è un’opera di Leonardo?”

Nel 1910 si erano già condotte delle analisi chimiche sul busto, che avevano rilevato spermaceti, una sostanza presente allo stato liquido nella testa del capodoglio vivo e che si solidifica in una massa biancastra quando questo muore.

Sebbene la cera di spermaceti fosse al tempo rara e costosa, era in uso già durante il Rinascimento, quindi la presenza di questa sostanza non poteva escludere che si trattasse di un’opera di Leonardo. Anche se questo materiale era molto più comune nel XIX secolo, quando veniva largamente utilizzato per la cera delle candele e per la creazione di piccole sculture, tanto da causa una rapida diminuzione della popolazione di questi cetacei.

Al tempo di Leonardo, e anche oggi, la cera utilizzata più diffusamente per le opere d’arte era sicuramente la cera d’api, il cui utilizzo è documentato già dai primi esseri umani.

Le argomentazioni a favore della datazione del busto di Bode a Leonardo si basavano quindi principalmente su prove stilistiche, dal momento che le analisi scientifiche della cera fatte nel corso del Novecento si erano rivelate inconcludenti, e nonostante un esperto, dopo aver analizzato la superficie del busto, avesse sostenuto che le crepe presenti fossero indice di un significativo invecchiamento, considerando quindi probabile l’esecuzione durante il Rinascimento piuttosto che pochi decenni prima.

Il Busto di Flora
Inventario n° 5951, Skulpturensammlung (SBM), Museum für Byzantinische Kunst (SBM), Staatliche Museen zu Berlin (SMB) – Stiftung Preußischer Kulturbesitz (SPK) © SMB-SPK

Sempre dal punto di vista stilistico, gli esperti avevano suggerito che la policromia fosse stata applicata utilizzando tecniche rinascimentali e che il volto di Flora assomigliasse molto alle altre figure di Leonardo.

Ma chiaramente la sola evidenza stilistica non era convincente per tutti. Recentemente si sono quindi eseguite altre analisi.

E la svolta si è avuta quando per ottenere delle nuove e incontrovertibili datazioni si è pensato di adattare il metodo del Carbonio 14 e sono stati prelevati vari campioni di cera sia dal busto, sia superficiali che interni, che dai materiali di riempimento del retro. Per avere dei confronti con opere sicuramente datate al XIX secolo, si è pensato di analizzare inoltre anche dei campioni provenienti da due bassorilievi in cera realizzati da Richard Cockle Lucas e datati l’uno 1848 e l’altro 1850.

Ma il solo utilizzo del metodo 14C “classico” usato per datare i materiali organici solitamente usati per le opere d’arte, come le tele e le tavole, non sarebbe stato sufficiente. Per calibrare le datazioni al 14C ottenute dai campioni di cera, è infatti necessario prendere attentamente in esame di che materiale si tratta.

Questo era in caso veramente particolare. Come abbiamo visto, le cere del busto di Flora e di una delle due opere dell’artista inglese dell’800 sono composte principalmente da spermaceti di capodoglio, un grande mammifero che vive nell’oceano, La cera di spermaceti era poi mescolata con piccole quantità di cera d’api e altri composti organici estratti da animali terrestri, quindi si trattava di un materiale principalmente marino con una parte di origine terrestre.

La novità segnata con queste analisi è stata che per le sostanze marine si reso necessario tenere conto del cosiddetto Effetto Serbatoio Marino. Infatti la fonte di 14C degli animali terrestri è in equilibrio con l’atmosfera, mentre quella delle balene e dei capodogli è soggetta ad una diversa calibrazione poiché il carbonio consumato dagli organismi nell’oceano è più antico di quello consumato sulla terraferma. Quindi, in un caso come questo, con cera composta da carbonio proveniente da fonti diverse, oltre al solo carbonio atmosferico, è necessaria una correzione per compensare questo effetto nei calcoli.

Alla fine grazie a questo approccio raffinato, il risultato è stato che tutti i materiali costituenti il busto di Flora sono datati con certezza a dopo il 1700 d.C., il che esclude che il busto sia stato realizzato nel periodo rinascimentale e pertanto non può essere attribuito a Leonardo.

È un risultato che sorprende solo a metà, perché le dichiarazioni del figlio di Richard Cockle Lucas del 1910 avevano tolto ogni dubbio, ma con questi nuovi studi è stato possibile avere una controprova certa a quella confessione, e inoltre sono stati utili per mettere a punto una nuova metodologia per il Carbonio 14.

Filippo-Melli
Filippo Melli