L’uomo più brutto di Firenze

Gen 17, 2022

Il 1 dicembre 1328 Giotto arriva a Napoli, alla corte del re di Sicilia Roberto d’Angiò.

L’artista riceve a corte un trattamento economico del tutto inusitato nel resto d’Italia e d’Europa: uno stipendio, una casa, una pensione vitalizia, regali, e infine il titolo di “familiare” del re, concesso in genere ai vescovi, ai banchieri e ai grandi ufficiali del regno.

 Si afferma infatti per la prima volta con Giotto, che pure era di umili natali, il ruolo sociale dell’artista che è in grado di contribuire in modo decisivo alla costruzione dell’immagine e della politica culturale di un sovrano, e per questo viene pagato.

Giotto, già esaltato da Dante e di qui a poco da Petrarca e da Boccaccio come “principe” fra i pittori del suo tempo, è un artista straordinario, un rivoluzionario.

Per Cennino Cennini: “Rimutò l’arte di greco in latino e ridusse al moderno” alludendo al superamento degli schemi bizantini e all’apertura verso una rappresentazione che introduceva il senso dello spazio, del volume e del colore anticipando i valori dell’età dell’Umanesimo.