Il restauro e le indagini diagnostiche consentono di aggiungere nuovi elementi alla conoscenza della tecnica di uno dei pittori più studiati al mondo. E questa volta Vasari aveva esattamente ragione.
Si è concluso dopo ben dieci anni, uno di quei restauri che a chiamare “storici” non sbagliamo di sicuro, e cioè quello dell’intero ciclo delle Stanze Vaticane, dipinte da Raffaello e dai suoi discepoli e aiuti a partire dal 1508 e fino al 1524, quattro anni dopo la morte del maestro.
Non è stata solo un’operazione conservativa, ma un’occasione unica per studiare la tecnica esecutiva e applicare strumenti diagnostici avanzati che hanno aperto nuove prospettive sulla storia dell’arte e sulle tecniche pittoriche del Rinascimento.
Le analisi scientifiche sono state condotte dal Gabinetto di Ricerche Scientifiche dei Musei Vaticani, e il direttore, Fabio Morresi, ha dichiarato che è stato analizzato ogni singolo centimetro quadro delle pitture. Tecniche d’avanguardia come la riflettografia infrarossa, la fluorescenza UV, le analisi multispettrali e le indagini chimiche puntuali hanno permesso di leggere sotto la superficie visibile, rivelando dettagli nascosti, materiali inaspettati e gesti pittorici altrimenti invisibili. Simili campagne di diagnostica e restauro potrebbero essere avviate in molti altri casi. Con la certezza di scoperte interessantissime.
In questo caso con lo studio della sovrapposizione degli intonaci è stata la ricostruzione dell’esatta cronologia delle singole giornate di lavoro e indagini non invasive a luce ultravioletta hanno offerto la possibilità di distinguere le parti originali da quelle eseguite nel corso di restauri che si sono succeduti.
Sappiamo che Raffaello ricevette da Leone X, tra l’autunno 1518 e la primavera 1519, al culmine del soggiorno romano durato dodici anni, l’incarico di decorare l’Aula Pontificum Superior, ovvero la sala destinata a banchetti, ricevimenti di ambasciatori e autorità politiche: la quarta e più grande delle Stanze dell’appartamento di rappresentanza al secondo piano del Palazzo Apostolico.
Le dimensioni di questa stanza sono imponenti: 18 metri di lunghezza per 12 di larghezza, su un’altezza di circa 13. L’idea era quella di istoriare su ciascuna delle quattro pareti, simulando finti arazzi, episodi della vita di Costantino imperatore, come la Visione della Croce, o Adlocutio e la Battaglia di Ponte Milvio. Si voleva dare forma artistica all’idea della trasmissione della auctoritas dalla Roma classica alla Roma cristiana. Purtroppo il maestro urbinate, in quegli ultimi frenetici mesi di vita, ebbe soltanto il tempo di preparare i cartoni degli affreschi, prima di morire così prematuramente.
Vasari ci dà anche un’altra interessante informazione sui lavori nella sala di Costantino e lo fa nella “vita” dedicata a Giulio Romano. Scrive che il Sanzio aveva fatto preparare la prima delle pareti di questa sala per dipingerla a olio ma, visti i deludenti risultati, i suoi allievi successivamente decisero di tornare alla tradizionale tecnica a fresco, più rapida e dai risultati più certi.
Uno dei risultati più eclatanti di questa campagna di restauri e indagini è stato l’aver individuato con grande sorpresa nella Sala di Costantino due figure allegoriche non dipinte a affresco, e cioè la Comitas (l’amicizia), dipinta con l’inusuale tecnica a olio su muro, e la Iustitia, a tempera grassa. Sono poste all’angolo tra le scene della Visione della Croce e della Battaglia di Ponte Milvio. La scoperta è stata possibile grazie all’incrocio tra dati stilistici, fonti storiche e riscontri scientifici.
Queste così potrebbero essere tra le ultime cose eseguite dal pittore urbinate prima della sua morte.
Le analisi hanno, tra l’altro, evidenziato la presenza di numerosi chiodi sotto lo strato pittorico, utilizzati per fissare un supporto intermedio – colofonia riscaldata e uno strato di intonachino bianco – che probabilmente permetteva a Raffaello di dipingere a olio su muro con l’effetto materico della pittura su tavola. Inoltre la presenza dei chiodi su gran parte della parete dà la certezza che Raffaello volesse dipingere a olio tutta la stanza. Indubbiamente questa è stata una scoperta fondamentale, che rivela una tecnica fino a questo momento unica.
La direttrice Barbara Jatta ha commentato: «Solo grazie al restauro è stato possibile affermare con certezza che le due figure femminili sono di mano dell’Urbinate. Più che una scoperta, possiamo chiamarla dunque riscoperta, alla luce della quale Raffaello ci appare ancora di più in tutta la sua grandezza. Nella sua raffinatezza, il pittore, accantonando la tecnica dell’affresco, desidera eguagliare la perfezione cromatica della pittura a olio su tavola, trasportandone cangiantismi e vibranti cromie su muro».



