Mentre ci si divideva sulla prospettiva che potesse rimpiazzare connaisseur e diagnostici nell’attribuzione dei dipinti, è già arrivata dove meno ce l’aspettavamo.
Pochi giorni fa è stato pubblicato su Nature un articolo che illustra la prima applicazione dell’intelligenza artificiale nel restauro fisico di un’opera d’arte: Physical restoration of a painting with a digitally constructed mask.

Non si tratta di un robot restauratore che pazientemente realizza i ritocchi pittorici, ma di una tecnica per stampare un film da sovrapporre al dipinto, che è trasparente sulle parti che non hanno bisogno di integrazioni, e appositamente colorato dove si devono integrare le parti mancanti.
Per decidere come integrare, questa nuova tecnologia sfrutta algoritmi già largamente studiati per colmare digitalmente le lacune nello strato pittorico con il colore più adeguato. I modelli dell’IA basati sui così detti transformer più recenti sono poi utilizzati per immaginare i dettagli delle zone perdute più ampie, come una larga porzione della testa del Bambino, nel caso del dipinto cinquecentesco usato come caso studio.

Del resto le capacità di predire una parte mancante è la specialità di questi modelli, nei Large Language Model, come ChatGPT si predice la parola successiva più adatta, e qui una porzione di immagine coerente con il resto del dipinto, con prestazioni che era difficile anche solo immaginare fino a poco tempo fa.

La parte ancora più notevole è che poi dalla ricostruzione virtuale di immagini digitali con questa nuova tecnica si passa a generare una pellicola fisica, che viene fissata tramite una vernice trasparente alla superficie del dipinto. Et voilà il restauro è finito, o almeno la parte di integrazione pittorica, in una frazione del tempo necessario con i metodi “umani”.
I primi sistemi di restauro virtuale di dipinti, ovvero le tecniche per fornire un’immagine digitale “restaurata”, furono ideati nel laboratorio Comunicazioni e Immagini dell’Università di Firenze nei primi anni novanta del secolo scorso, dove mi sono laureata. Qui si studiavano tecniche per simulare sia una pulitura, ovvero la rimozione dalla superficie di materiale incoerente, che come riempire le micro crepe e le lacune.
Da allora ne è stata fatta di strada!
I risultati presentati sono impressionanti e l’autore dell’articolo suggerisce che la tecnica “a basso costo” da lui ideata, potrebbe sostituire i restauratori per molte delle opere che attualmente rimangono precluse al pubblico perché mancano i soldi per i restauri e quindi sono confinate nei depositi. Una soluzione auspicabile quindi?
Ma come si concilia tutto questo con le teorie del restauro, ovvero il codice di condotta che dovrebbe guidare i restauratori nei loro interventi?
Se è vero che dalla Carta di Atene del 1931 ad oggi, le posizioni sulle modalità e gli obiettivi del restauro sono andati evolvendo, questo restauro predittivo automatico aggiunge un ulteriore livello alla discussione.
Nel caso di questa tecnica, come si devono considerare l’alterazione della materia e dell’immagine che si ottengono rispetto ai principi ricorrenti nelle teorie tradizionali, come l’autenticità ma anche la reversibilità e la riconoscibilità degli interventi, il rapporto fra restauratori e scienziati, fino alla necessità di studiare i contesti e i materiali delle opere?
A meno che non si voglia concludere, come nella recente “Teoria del restauro contemporaneo” di Salvator Munoz Vinas, che sono tutti concetti sorpassati.



