Piacciono molto anche a noi i tour virtuali, le lezioni al museo, le conferenze a distanza. Ma vorremmo fugare un dubbio.
Questi eventi online sono prodotti nel tentativo di rimanere visibili nonostante le chiusure forzate. Molti sono interessanti, alcuni illuminati, quasi tutti arricchiscono.
Ma aver capito che con una piattaforma digitale è possibile attirare l’attenzione di un discreto numero di spettatori non significa aver trovato la soluzione all’endemica scarsa valorizzazione di questo settore.
Pare che il Ministro Franceschini voglia varare una “Netflix della cultura” che raccolga il meglio dei concerti, delle produzioni teatrali, dei tour virtuali di musei e siti archeologici.
Non entriamo nel merito degli spettacoli. Ma gli storici dell’arte, i restauratori, i diagnosti che si sono volentieri prestati a fare un po’ di show in questi mesi di fermo, vorrebbero continuare a fare il loro mestiere, e vedere che quello che fanno è riconosciuto e valorizzato.
Per rimanere nel nostro ambito: lo stato, invece di inserire la diagnostica come obbligatoria nei protocolli di restauro, ad esempio, aumentandone la scientificità e la documentazione e creando un mercato per chi questo ha studiato, di fatto induce gli istituti di ricerca ad offrire servizi conto terzi per analisi spicciole, facendo concorrenza a chi di fatto ha formato. Con prezzi fuori mercato, perché appunto, i ricavi del loro conto terzi non devono pagare per intero né gli stipendi, né le spese di affitto, riscaldamento, luce etc..
Di fatto, chi si laurea in diagnostica e si mette in proprio, poi si trova a combattere per poche briciole contro corrazzate formate da network di istituti universitari e di ricerca che ricevono finanziamenti pubblici per fare le stesse indagini, gratis o a prezzi stracciati.
E quello che è peggio, mentre sono occupati a fare servizi, i ricercatori non fanno ricerca, che è quello per cui tutti li paghiamo. E si è così di fatto persa quella che era un’eccellenza mondiale. Le innovazioni in questo campo ormai si fanno per lo più altrove.
Magari si ricominciasse ad invertire questa tendenza invece di pensare di fare il mestiere di Netflix?



