L’Italia che (s)vende: la nuova legge sulla “valorizzazione” dei beni culturali

Apr 29, 2026 | In rilievo, Patrimonio Culturale

Continuano le misure proposte da Mollicone (FdI) a sostegno del mercato dell’arte, misure che però potrebbero risultare in una nuova spoliazione del nostro patrimonio.

Grazie all’approvazione in via definitiva della legge “Valorizzazione sussidiaria dei beni culturali”, dal 4 maggio 2026 per l’esportazione di oggetti d’arte eseguiti da oltre settant’anni e con valore inferiore a 50.000 euro non sarà più necessario compilare l’Attestato di Libera Circolazione (ALC). Questo sarà sostituito dal modello DVAL 50_MILA, disponibile sul portale SUE (Sistema Uffici Esportazione del Ministero della Cultura), la cui validità è stata estesa da sei mesi a cinque anni.

Il parlamentare di Fratelli d’Italia aveva già avviato una svolta nell’atteggiamento italiano verso la tutela dell’arte nazionale nel luglio 2025, con l’introduzione dell’aliquota IVA al 5% sulle cessioni di opere d’arte (una delle più basse al mondo, anche se non si applica a tutte le tipologie di transazione).

Il punto è che il nostro patrimonio viene interpretato non solo come elemento identitario e storico, ma anche come opportunità economica. Una svolta anche rispetto alla famosa affermazione “con la cultura non si mangia”, pronunciata anni fa dall’allora ministro Tremonti.
Ci sembra, però, di dare da mangiare soprattutto ai mercanti.

L’obiettivo dichiarato è rendere il sistema italiano più competitivo e allineato agli standard europei, favorendo le transazioni. In effetti, il Regolamento UE 116/2009 prevede una soglia di 150.000 euro per i dipinti. In Francia, la soglia è fissata a 300.000 euro per i dipinti, 100.000 euro per le sculture, 30.000 euro per i disegni e 20.000 euro per le stampe. In Germania, il limite è di 300.000 euro per i dipinti. L’Italia, anche con la nuova soglia, resta molto al di sotto degli standard europei.

Tuttavia, date le peculiari caratteristiche del nostro Paese — che ancora possiede molte opere proprio grazie ai vincoli passati, ma che non ha saputo tradurre questa ricchezza in un vantaggio economico — rischia di tentare di “raschiare il barile” vendendo gli ori di casa.

Con la vecchia soglia di 13.500 euro, molte opere di maestri minori o regionali (ma di rilevanza storica) erano bloccate in Italia. Ora, con la soglia a 50.000 euro, migliaia di dipinti che prima non potevano essere esportati possono uscire legalmente dal Paese, anche se rappresentano un pezzo irripetibile della storia artistica italiana.

Anche le opere “minori”, infatti, sono fondamentali per il patrimonio: magari non sono capolavori assoluti, ma fanno parte del tessuto artistico italiano (scuole regionali, botteghe, maestri minori), rappresentano la storia locale (pittura toscana, lombarda, veneta) e documentano la diffusione dell’arte in Italia.

Se alle azioni che permettono ai mercanti di vendere più facilmente fossero affiancate misure per favorire il collezionismo, sia pubblico che privato, forse tutto questo potrebbe avere un senso. Ma così sembra che la legge vada a vantaggio principalmente di una categoria economica e non dello Stato, che rischia invece di vedere sparire all’estero, per due spiccioli, tanti pezzi importanti della sua storia.

Si tratta di una scelta politica, lo Stato non può lasciare ai singoli proprietari, e ai mercanti, di decidere cosa vendere, perché poi ogni singolo troverebbe una buona scusa per farlo, vuoi per necessità, vuoi per disinteresse.

Il patrimonio culturale italiano deve essere protetto dallo Stato, che non può abdicare questo ruolo.

Anna Pelagotti
Anna Pelagotti