“Comunemente s’intende per restauro qualsiasi intervento volto a rimettere in efficienza un prodotto dell’attività umana” così scriveva Cesare Brandi nel saggio in cui descriveva l’importante missione del restauratore, spiegando come tutto il lavoro dovesse essere fatto nel più totale rispetto dell’opera e del tempo trascorso che ha aggiunto a sua volta valore alla composizione iniziale.
Una visione innovativa che lo portò ad approcciarsi in modo molto critico alla pulitura. Nel caso in cui però ci si appoggia alla diagnostica e si procede con puliture meticolose e attente, si ottengono risultati che lo stesso Brandi avrebbe apprezzato; sono numerosi ormai gli interventi importanti di pulitura che hanno permesso di riportare l’opera ad un aspetto molto più vicino a quello originale: il dipinto di Vermeer “Ragazza che legge una lettera davanti alla finestra” è uno di questi casi.
La diagnostica dovrebbe sempre far parte del primo approccio con l’opera d’arte. I risultati delle campagne diagnostiche sono indispensabili sia come base su cui improntare un restauro o una pulitura, sia per effettuare una ricerca storico artistica, se necessaria.
Nel caso del dipinto di Vermeer (83×64,5 cm), databile al 1657 circa e conservato nella Gemäldegalerie di Dresda, la diagnostica ha permesso non solo di procedere con la rimozione di una ridipintura in totale rispetto dell’opera originale, ma anche di capire se lo strato pittorico che andava a coprire “il quadro nel quadro” fosse coevo alla creazione dell’opera.
Brandi riporta “Quando si giungerà all’intervento pratico di restauro, abbisognerà anche una conoscenza scientifica della materia nella sua costituzione fisica “. Il diagnosta si occupa appunto di ciò: informa il restauratore e lo storico dell’arte delle caratteristiche fisico-chimiche dell’opera in analisi, da una parte permettendo al restauratore di scegliere le sostanze e le tecniche che meglio si sposano a tali caratteristiche per una pulitura o qualsiasi altro intervento conservativo, e dall’altra permettendo allo storico dell’arte o all’archeologo di inserire quel manufatto in un determinato periodo storico.
Nel dipinto olandese, la presenza di un quadro raffigurante un cupido sulla parete sullo sfondo era già stata resa nota quando all’opera venne fatta una radiografia nel 1979. Si pensò però che fosse stato lo stesso pittore olandese a volerlo coprire.
Ulteriori analisi vennero effettuate nel 2017 in previsione di un restauro volto a togliere le patine formatesi nel tempo che avevano ingiallito i colori della composizione. Oltre all’analisi di fluorescenza ultravioletta e riflettografia infrarossa, è stato deciso di effettuare un campionamento e procedere con lo studio stratigrafico in corrispondenza della campitura pittorica che copriva il cupido. La presenza di polvere tra l’ultimo strato del cupido e lo strato della parete e la composizione chimica del pigmento differente da quella riscontrata sul resto della parete, pongono tale intervento tempo dopo la realizzazione dell’opera, per l’esattezza intorno al XVIII secolo. Non può trattarsi quindi di una scelta di Vermeer.
Sul perché si sia deciso di coprire il cupido, sono numerose le ipotesi ma principalmente o la composizione aveva un aspetto troppo intimo per essere esposta in una stanza destinata ad accogliere ospiti o non incontrava il gusto di uno dei suoi proprietari.
Ad oggi l’opera è stata riportata al suo aspetto originale dopo una lunga e attenta pulitura ed è il fulcro della mostra “Vermeer, La Ragazza che legge una lettera alla finestra opera di Johannes Vermeer e la pittura di genere olandese del XVII secolo” al palazzo Swinger di Dresda.
Qui di seguito i link dei video in cui sono documentate le due fasi di restauro:



