50 anni della Carta Italiana del Restauro 1972-2022
Art. 5
[…] Nell’ambito di tale programma, anche successivamente alla presentazione dello stesso, qualsiasi intervento sulle opere di cui all’art. 1 dovrà essere illustrato e giustificato da una relazione tecnica dalla quale risulteranno oltre alle vicissitudini conservative dell’opera lo stato attuale della medesima, la natura degli interventi ritenuti necessari e la spesa occorrente per farvi fronte.
A cinquanta anni dalla Carta del Restauro ci sono passaggi nella sua stesura che ancora inducono a riflessioni. Per esempio sulla necessità di documentazione e di conservazione della documentazione. Viene veramente condotta? Chi se ne deve occupare?
Tradizionalmente si indicano come fonti documentali di un’opera tutti i documenti di archivio, i cataloghi di mostre, i passaggi di proprietà, le menzioni in scritti contemporanei o comunque prossimi come ad esempio “Le vite” del Vasari.
Ma, come si legge nel testo della Carta, è fondamentale che gli archivi includano anche il “passaggio nel tempo” del manufatto. A questo fine è necessario analizzare gli interventi conservativi di cui rimane memoria scritta, sia che si tratti di osservazioni di monitoraggio, che verbali di restauro completi, che le analisi scientifiche effettuate.
Il restauro, così come tanti mestieri, si è evoluto grazie alla professionalità di coloro che lo hanno praticato e che lo hanno reso una delle eccellenze nel nostro paese. La pratica del restauro si basa sullo studio delle tecniche artistiche e anche sulla soluzione delle problematiche conservative, raggiunta anche con la sperimentazione. Come mantenerne memoria?
La storia del restauro in Italia è stata scritta dai restauratori che si sono occupati nel nostro patrimonio artistico lasciandone traccia in testimonianze, fotografie, nei loro verbali, e soprattutto sulle opere stesse. I verbali di restauri passati sono un’enorme fonte di conoscenza e la condivisione di questi dovrebbe essere un atto dovuto. Questo andrebbe anche verso una maggiore consapevolezza dell’impatto dell’azione conservativa e della necessità che anch’essa sia sostenibile.
In Italia, ad oggi, si sono scritte diverse pubblicazioni, ma abbiamo una sola associazione che ha come fine la conservazione degli archivi dei restauratori. Professionisti che si sono distinti per la loro bravura e per le loro pratiche di problem solving con cui hanno affrontato restauri anche estremi.
L’associazione Secco Suardo svolge, tra le altre, questa funzione, a nostro parere molto rilevante perché crediamo che gli archivi dei restauratori cosi come i verbali di restauro debbano essere condivisi, anche se con accessi controllati per evitare inutili speculazioni. Lo studio di un ‘opera parte dalla sua storia, più se ne può conoscere, migliore sarà l’intervento.
L’associazione invita tutti i restauratori a donare i loro archivi perché vengano messi a comune. Siamo pronti ad aprire i nostri archivi?
Sicuramente dovrebbero farlo tutti gli enti pubblici, che sono appunto pagati da tutti i cittadini. Tuttavia a parte qualche eccezione virtuosa, quasi tutto in Italia rimane chiuso nei cassetti. Chissà cosa ne penserebbe Brandi.




