Che ci fa in Etiopia un trittico ligneo, apparentemente di scuola senese di alta epoca?
“L’immagine di Nostro Signore Gesù Cristo”, ritenuta la più antica icona africana, esposta ai credenti una sola volta l’anno, fu descritta per la prima volta da Diana Spencer, storica dell’arte inglese, nel 1970, quando raggiunse il villaggio di Gutij e il Monastero in cui è custodita, dopo un viaggio a dir poco avventuroso. Ne era valsa la pena, l’opera era veramente unica, ma presentava caratteri tali da rendere difficile stabilirne la provenienza e la datazione.
Oggi Jacques Mercier, che ci ha scritto un libro, la rilegge ipotizzando un’origine non bizantina che potrebbe aprire la strada a nuovi studi sulla diffusione degli stilemi italiani al di fuori di aree a noi già note.
L’opera presenta infatti caratteristiche iconografiche vicine sia all’ambito africano e bizantino che senese. La resa dei volti ottenuta da innumerevoli pennellate molto fini ed incrociate e l’utilizzo dei punzoni nell’aureola del Cristo, fanno pensare ad una vicinanza a quello che veniva prodotto a Siena nel XIV secolo. Al contempo, la decorazione della veste di Cristo riporta ai motivi ritrovati sulle croci processionali etiopi.
Mercier avanza l’ipotesi che un maestro senese abbia raggiunto l’Etiopia e abbia prodotto lì l’icona.
Chi mai possa essere, come sia giunto in Africa e perché, rimane ancora da scoprire; anche considerando che l’artista avrebbe compiuto un viaggio di migliaia di kilometri fino ad una delle zone più impervie del continente.
Una ulteriore ipotesi viene proposta da Verena Krebs, che ricorda di una missione diplomatica etiope in terra veneziana nel 1402, momento in cui potrebbe essere stata commissionata l’icona.
Sicuramente si tratta di un’opera affascinante da molti punti di vista, su cui si potrebbe sapere molto in più se si conoscessero i materiali con i quali è stata realizzata.
Un’analisi scientifica farebbe la differenza. Immaginate una campagna diagnostica radiografica e riflettografica (che potrebbe stabilire se si tratta di copia o opera unica?) con aggiunta di studio della essenza del legno (europeo o africano?), della tavolozza pittorica (i colori da dove provenivano?), concludendo con macrofotografie dei punzoni e delle caratteristiche della pennellata.
Si potrebbe poi fare un confronto puntuale con le tecniche dei maestri senesi e con le loro opere presenti nel nostro database Sotto l’Oro. Uno studio comparato dei risultati diagnostici potrebbe aiutare a comprenderla meglio e magari scrivere un nuovo capitolo della storia e della storia dell’arte.



