In Germania non tutti hanno risolto il passato nazista, come evidente anche nelle restituzioni d’arte

Feb 24, 2025 | Art Word, Cooperazione Internazionale, In rilievo, Patrimonio Culturale

Negli ultimi anni, il dibattito sulle restituzioni dei manufatti d’arte sottratti durante la Seconda Guerra Mondiale ha assunto un ruolo centrale nella politica culturale europea.

La Germania, in particolare, si trova al centro di molte contese, per l’ovvio ruolo che ha avuto durante il periodo nazista, nei saccheggi o nelle vendite al ribasso da parte di cittadini in fuga dal regime, o costretti a cedere a chi era più forte.

Da qualche anno si strova in una posizione delicata, presa tra la pressione internazionale a rendere giustizia ai legittimi proprietari e i reclami di una crescente corrente nazionalista che mette in discussione le restituzioni come un atto di debolezza.

Il fenomeno delle restituzioni si intreccia infatti con la crescente nostalgia storica di alcuni settori della società tedesca, che vedono nella riaffermazione del patrimonio artistico nazionale un modo per riscattare l’identità culturale del paese. In questo contesto, la restituzione di opere trafugate può diventare un tema politico, strumentalizzato da movimenti che rivendicano un passato glorioso e che vedono nella continua revisione storica una minaccia alla coesione nazionale.

Dopo i recenti risultati delle elezioni in Germania, questa diatriba è probabilmente destinata a esacerbarsi.

Come è noto, durante il periodo del secondo conflitto mondiale, le razzie naziste hanno avuto un impatto devastante sul patrimonio culturale di molti paesi. Se da un lato la Germania ha fatto passi significativi per restituire opere rubate a ebrei e ad altre vittime del regime, dall’altro la questione si complica quando si tratta di beni appartenuti a stati o istituzioni pubbliche.

“Vaso di Fiori”  di Jan van Huysum, il più celebre pittore di nature morte attivo in Olanda nel primo Settecento, restituito alla Galleria Palatina, Firenze

Un esempio significativo è la restituzione del dipinto “Vaso di Fiori” di Jan van Huysum alla Galleria Palatina di Firenze nel 2019. L’opera era stata trafugata dalle truppe tedesche durante la ritirata dalla città nel 1944.

Nel 1940, all’inizio del Secondo conflitto mondiale, la reggia di Pitti fu infatti evacuata e le opere d’arte, tra le quali il “Vaso di Fiori”, vennero messe dentro casse di legno e inizialmente portate nella villa medicea di Poggio a Caiano. Nel 1943 furono spostate nella villa Bossi-Pucci a Montagnana (Montespertoli), fino a quando militi dell’esercito tedesco in ritirata le prelevarono insieme ad altre opere e le trasferirono temporaneamente a Castel Giovo (San Leonardo in Passiria), in provincia di Bolzano, per prepararne la definitiva trasferta fuori del confine nazionale attraverso il Brennero.

La cassa in cui si trovava il “Vaso di Fiori” di Palazzo Pitti venne aperta, e nel luglio 1944 un caporalmaggiore, che si era impossessato del quadro, spedì il dipinto come regalo alla moglie a Halle an der Saale, in Germania.

Per decenni è stata oggetto di trattative tra Italia e Germania. Finalmente restituita nel 2019, è stata accolta come un simbolo di giustizia storica, ma ha anche riacceso il dibattito sulla necessità di restituire altre opere ancora detenute nei musei tedeschi.

Scena di strada berlinese” di Ernst Ludwig Kirchner

Un altro esempio è la restituzione del dipinto “Scena di strada berlinese” di Ernst Ludwig Kirchner, confiscato dai nazisti e successivamente restituito agli eredi del collezionista Alfred Flechtheim. Nonostante la decisione, vi furono forti resistenze da parte di istituzioni tedesche come il Museo Brücke di Berlino, che cercò di impedirne la restituzione appellandosi alla prescrizione legale.

Il paradosso è che Kirchner si considerava profondamente nazionalista, e condivideva l’idea che “i musei sono pieni di ebrei”.

Scriveva: «Ho fondato Die Brüke in particolare per promuovere l’autentica arte tedesca, che era maturata in Germania. Ora la mia arte dovrebbe essere non tedesca». Tuttavia i nazionalsocialisti classificarono il suo lavoro, che del resto sottolineava il declino di una società sull’orlo del baratro, come arte degenerata.

In tutti i casi, compreso questo, il ritorno di manufatti artistici e storici ai paesi d’origine è stato spesso accompagnato da un acceso dibattito interno. Settori della politica e dell’opinione pubblica tedesca, compresi espondenti del partito di centro destra CDU, vedono le restituzioni come una sottomissione ad interessi esteri, mentre altri le considerano un dovere morale e storico.

La cultura ed il patrimonio culturale non giocano un ruolo irrelevante, anzi.

Il fenomeno si inserisce in un più ampio contesto di risveglio nazionalista, che vede nella tutela del patrimonio culturale tedesco un simbolo identitario e, talvolta, uno strumento di propaganda.

Alcuni dei cosiddetti Bronzi del Benin conservati al Linden Museum di Stoccarda, in Germania, prima di essere restituiti alla Nigeria, 29 giugno 2022 (REUTERS/ Louisa Off)

Un altro caso emblematico è la restituzione dei Bronzi del Benin alla Nigeria nel 2022. I bronzi del Benin furono prodotti grossomodo tra Quattrocento e Ottocento, e razziati dall’esercito inglese nel 1897 in quello che allora era il Regno di Benin, poi trasformato in un protettorato dell’Impero britannico e attualmente parte della Nigeria. 

La decisione di restituirli è stata accolta con favore dalla comunità internazionale, ed ha innestato un circolo virtuoso. Ad esempio solo qualche giorno fa, dopo lo Smithsonian, anche i Paesi Bassi hanno annunciato che restituiranno alla Nigeria 119 bronzi del Benin.

Ma ha anche suscitato critiche da parte di esponenti della destra tedesca. Il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD), che ha ottenuto oltre il 20% alle recenti elezioni, ha definito tali restituzioni “una perdita ingiustificata per la Germania”, accusando il governo di “cedere alle pressioni globaliste” e di compromettere il patrimonio nazionale.

Mentre alcuni musei tedeschi collaborano attivamente con gli esperti per identificare e restituire i beni, altri resistono, appellandosi alla prescrizione legale o alla mancanza di prove definitive sulla provenienza illecita. Questa dinamica si inserisce in un più ampio dibattito sull’eredità del passato nazista e sull’immagine della Germania nel mondo.

La questione delle restituzioni d’arte in Germania è quindi molto più di un semplice atto di giustizia: rappresenta un punto di incontro tra memoria storica, identità nazionale e dinamiche politiche contemporanee.

La sfida per la Germania e per l’Europa è trovare un equilibrio tra il riconoscimento delle ingiustizie del passato e la costruzione di un futuro in cui la cultura sia strumento di riconciliazione e non di divisione. Purtroppo visti i recenti risultati elettorali, la strada sembra più in salita che mai.

Anna Pelagotti
Anna Pelagotti