Proprio in questi giorni, che a Firenze vedono celebrare l’antiquariato al suo massimo livello nella Biennale ospitata a Palazzo Corsini, ci piace ricordare che proprio 100 anni fa a Firenze, Il 12 settembre 1922, moriva Stefano Bardini (1836-1922), colui che può definirsi a ragione l’inventore del moderno mercato antiquariale.

Stefano Bardini, che nella città sull’Arno aveva costruito un piccolo impero, con il suo palazzo show-room in piazza dei Mozzi e subito sopra la sua bellissima villa con un favoloso giardino, non era proprio amato dai suoi concittadini acquisiti (era infatti nato a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo), anzi, proprio non lo sopportavano, tanto da affibbiargli il velenoso nomignolo di “re dei calcinacci”. Così, alla sua morte, cominciarono ad apparire sui giornali ricostruzioni maligne sulla sua fantastica carriera, cominciando a seminare dubbi sulla sua onestà, tanto che poi queste ombre sono rimaste sul suo nome per lunghissimo tempo.

In realtà Stefano Bardini è un vero modello di self-made man, ammirevole per le sue incredibili doti e, perché no, anche per la sua acuta furbizia. Diciottenne, si trasferisce a Firenze per seguire i corsi all’Accademia di Belle Arti e inseguire così il suo sogno di diventare pittore. È l’epoca del Romanticismo storico, di pittori come Cesare Bezzuoli (che fu proprio suo maestro) e Stefano Ussi, dei loro grandi quadri a soggetto storico e soprattutto “medievale”, e il loro studi erano dei veri e propri depositi di armature, mobili e suppellettili antichi da poter ritrarre nei quadri per poter dare maggiore verità ai loro soggetti. Forse fu proprio in questi studi che il giovane Stefano incontrò per la prima volta gli oggetti antichi, l’antiquariato, e ne rimase decisamente folgorato. Era questa l’epoca dove ormai la riscoperta del Rinascimento era già avvenuta, grazie a personaggi come Elizabeth Barrett Browning e Robert Browning, George Eliot, John Ruskin, Vernon Lee, Percy Horne, che vengono a Firenze e la scelgono come loro patria di elezione, e i primi furbi antiquari fanno man bassa a poco prezzo (vista anche la grande abbondanza) di opere di Botticelli, Beato Angelico, Donatello, dei Della Robbia, ma anche di ceramiche, mobile, suppellettili, e i compratori erano già i grandi collezionisti internazionali come per esempio i Rothschild di Parigi. Tra l’altro, proprio per la storia del gusto, è assai interessante leggere nelle pagine di Alessandro Foresi, il più importante antiquario di quel momento, che le nobili famiglie fiorentine si liberavano, per esempio, delle antiche ceramiche di Gubbio o di Deruta per poter acquistare quelle di gran moda della Manifattura di Sevres.

Ecco dunque tratteggiato brevemente l’ambiente nel quale muove i primi passi il giovane Bardini che, da artista fallito, si volge proprio verso il mondo del commercio antiquariale. Come e quando non si sa esattamente, ma il salto di qualità lo fa tra il 1866, quando partecipa da volontario alla III guerra d’Indipendenza, e il 1877, quando ormai è diventato un antiquario di gran fama. Sicuramente ha l’intuizione di uscire dagli angusti confini fiorentini e di aprirsi a orizzonti più ampi, entrando per esempio in contatto con i fratelli romani Castellani, orafi, collezionisti, antiquari, patrioti, presenti anche a Firenze, che aprirono al Bardini orizzonti più ampi, e probabilmente furono proprio loro a presentargli Wilhelm von Bode, l’amico di scorribande di tutta la vita, che era l’assistente alla direzione della Collezione di Antichità e della Pinacoteca di Berlino. Bardini però mantenne sempre una fitta rete di piccoli antiquari e robivecchi a Firenze che incessantemente lo rifornivano di merce.

L’amicizia con Bode durò 50 anni e fu proprio lui a introdurre Bardini nel mondo dei grandi industriali collezionisti tedeschi, e fu sempre Bode che iniziò a comprare da Bardini opere d’arte rinascimentali per il Kaiser-Friedrich-Museum di Berlino (il museo che oggi porta il suo nome, Bode-Museum).

Il commercio di Bardini fu facilitato dall’assenza di rigorose leggi di tutela del patrimonio, che fecero la loro comparsa solo nel 1902 e poi nel 1909. Anche il vincolo del fedecommesso era stato abolito favorendo la dispersione di collezioni secolari, e poi c’erano state le soppressioni leopoldine, napoleoniche e sabaude, e infine la distruzione del centro di Firenze avevano provocato una vera e propria alluvione di opere d’arte sul mercato. Ecco dove va a pescare i suoi capolavori Stefano Bardini, e non si limita solo a Firenze, ma il suo fiuto scopre e acquista opere in tutta Italia.

L’acquisto nel 1888 del palazzo dei Mozzi rappresenta poi un’ulteriore tappa nella sua professione e nella costruzione del suo mito. Oltre a trasformarne la facciata principale dove le grandi finestre non sono altro che gli altari cinquecenteschi del Duomo di Fiesole, trasforma anche l’interno in un moderno show-room, studiando con attenzione la luce di ogni ambiente e destinandoli poi all’esposizione di precise tipologie di oggetti. Il palazzo divenne così meta privilegiata di collezionisti e direttori di museo di tutto il mondo. Tra i suoi facoltosi acquirenti non possiamo non ricordare Isabella Gardner di Boston, John Pierpont Morgan di New York, John Johnson di Filadelfia, i coniugi Jaquemart-André di Parigi, senza contare i Musei di Berlino, il Louvre, il Victoria and Albert e molti altri. Si calcola che solo negli Stati Uniti, Bardini abbia venduto circa 650/700 dipinti!

Nel palazzo in piazza dei Mozzi non c’erano solo le sale espositive, ma anche la sua abitazione, gli uffici, i magazzini e i famosi laboratori di restauro. Anche il suo modo di esporre le proprie opere era decisamente nuovo e particolare, poiché non era un criterio cronologico, ma tipologico, e poi a grandi gruppi, con dei nessi logici, con grande fantasia, creatività e gusto, il tutto sul famoso sfondo azzurro che tutto esaltava. Era un allestimento che cambiava continuamente e rapidamente visto il gran giro d’affari, ma nonostante le grandi spese per murare, smurare e spostare le opere, l’allestimento era sempre curatissimo e ricercato.

Uomo distinto e di raffinata eleganza, il mercante creò il mito di sé stesso; schivo, colto, astuto e tenace, si concesse poco all’amicizia, tanto che chi lo conosceva lo chiamava “Stefanaccio”. Era rigidissimo nel selezionare le opere da vendere, non concedendo mai nessuno spazio al dubbio e ancor meno al falso. Per questo riuscì a farsi una così prestigiosa clientela, e per questo gli altri antiquari gli furono sempre “sottomessi”, poiché nessuno di loro poteva vendere a così ricchi collezionisti.

Bardini riportò in auge e valorizzò sul mercato opere del Due e Trecento, al momento assolutamente out, i cuoi, le stoffe, le monete, i bronzi, e molte altre categorie non sufficientemente valorizzati.

L’arrivo nel 1902 della prima legge di tutela del patrimonio e poi nel 1909, cominciarono a cambiare il clima del mercato: il momento d’oro era ormai passato e alla vigilia della Prima Guerra Mondiale Bardini decide di chiudere il suo negozio, licenziare tutti i dipendenti, e dedicarsi così al suo sogno: organizzare il suo personale museo da regalare a Firenze, anche se la sua ultima asta è del 1918… ah, i mercanti…

La storia della sua eredità e delle sue volontà è assai complessa e pensate, si è risolta definitivamente solo nel 1995.

Ma l’incredibile storia della donazione Bardini ve la racconteremo nella prossima puntata!

Filippo-Melli
Filippo Melli